Perché popolarità e successo non sono (assolutamente) la stessa cosa - Centodieci

Perché popolarità e successo non sono (assolutamente) la stessa cosa

Claudio Gagliardini

Cinquantenne, romano trapiantato a Cremona. Esperto, formatore e autore di testi su comunicazione, marketing, social media, tecnologia e cultura digitale. Progetta e cura strategie di marketing online per aziende,...

Cos’è il successo? In questa nostra società dell’immagine e dell’apparire, esso è quasi sempre inteso come sinonimo di visibilità, di notorietà e di popolarità. Ha successo chi appare spesso in TV e sui giornali, chi parla spesso alla radio, chi viene riconosciuto in strada e fermato dalla gente per scattare un selfie o per un autografo.

Ha successo chi riesce a imporre la propria immagine attraverso i media, in funzione di quello che fa o di quello che è, con una notevole gamma di possibili sfumature, gradazioni e modalità, perché il successo non ha un solo volto e non poggia su basi uguali per tutti, anche se le dinamiche possono sembrare sempre le stesse.

Ha successo chi ha potere, ha successo chi comanda sugli altri, chi decide, chi può fare delle scelte che gli altri non possono fare. Ha successo chi ha un sacco di soldi, ovviamente, ma questo non è poi così semplice da verificare. Nemmeno per il fisco…

Il successo nell’era moderna non è particolarmente diverso da ciò che è sempre stato, in fondo, ma internet e i suoi strumenti oggi fungono da muscolosi amplificatori e da poderose casse di risonanza, in grado di offrire a ciascuno i propri personal media e i propri canali, regalando a tutti una potenziale chance per scalare le vette della popolarità. Oggi essa non è più riservata esclusivamente a quelli che un tempo erano definiti VIP, infatti, e le nuove celebrity si fanno strada anche su YouTube, Instagram, i blog e gli infiniti canali della rete, cercando visibilità e amplificazione in tutti i modi possibili.

Anche la TV, prima del web, ha accelerato il processo di “democratizzazione” della popolarità, ma raramente ha davvero aperto le porte del successo a chi non fosse in qualche modo collegato a personaggi famosi o a VIP. Al contrario, essa ha spesso sfruttato la scomparsa dalle scene di quelle che vengono spesso definite “meteore” della popolarità, andando a ripescarle a distanza di anni per speculare sulla loro parabola discendente e giocando sulla nostalgia del pubblico e sul suo innato cinismo.

Ma popolarità e successo sono davvero sinonimi? Ovviamente no, tanto che nell’era della multimedialità e della sovrabbondanza di informazioni, a essere popolari non sono soltanto quelli che in qualche modo “ce l’hanno fatta”, ma tutti quelli di cui si parla quotidianamente sui media, compresi assassini, stupratori, delinquenti, terroristi e quanto di meno edificante si possa immaginare.

Successo e popolarità non vanno dunque confusi. Molte persone di successo non sono affatto popolari e se lo diventano è perché qualcosa è andato storto: sono stati rapiti per chiedere un riscatto, oppure sono indagati o condannati per qualche operazione illecita o ancora hanno ricevuto una richiesta milionaria da parte della ex moglie o di qualche collaboratore che hanno messo alla porta.

D’altro canto anche sul concetto stesso di successo si fa spesso confusione.
Quali sono le caratteristiche di una persona di successo?
Ha successo chi ha un sacco di soldi o chi può fare cose che la maggior parte delle persone non possono fare?
Oppure ha successo chi è felice, chi vive serenamente e non ha bisogno d’altro?

Definire in modo oggettivo cosa sia il successo non è affatto semplice, ma sembra sempre più chiaro a molti che il successo, quello vero, non è più legato indissolubilmente a parametri come la ricchezza, la notorietà e il potere. Come molte altre cose che in passato sembravano fondamentali, anche il successo è stato ampiamente sopravvalutato, travisato e per troppo tempo indicato come l’unico traguardo che valesse la pena di perseguire, dando vita ad una società piena di squali e di arrampicatori senza scrupoli, pronti a tutto pur di accaparrarsi soldi, potere e fama.

La storia e la cronaca ci dicono chiaramente che molte delle persone che hanno raggiunto questo traguardo, tuttavia, non sono state davvero felici e non hanno vissuto meglio di molti altri, sicuramente meno apprezzati dalla società ma spesso molto più liberi e sereni.

Avere successo, ancora oggi, significa infatti diventare un tassello di un puzzle in cui ciascuno ha il proprio specifico ruolo, con caratteristiche uniche e particolari e, soprattutto, con una fortissima determinazione a diventare quel tassello e a rimanere incastrato nel puzzle il più a lungo possibile, con tutto ciò che questo comporta.

Che si nasca con la camicia o che la si costruisca con fatica, questa una volta indossata diventa rigida e pesante, perché ci costringe in quell’abito e in quella posizione. Certo, oggi è molto più semplice di un tempo cambiare, anche in modo repentino e drastico. Prendiamo il caso di Elon Musk, uno degli imprenditori di maggior successo del momento, oppure quello di Richard Branson. Entrambi hanno aperto molte aziende, ottenendo quasi con tutte il successo, ma a differenza di troppi altri hanno avuto il coraggio di rimettersi in gioco ogni volta e di rischiare tutto, in settori e ambiti completamente differenti.

Musk e Branson sono due mosche bianche e a questo si deve la loro felicità e la loro realizzazione. Cosa ci insegnano? Che il successo, quello vero, non è puntare a un obiettivo e raggiungerlo, qualunque esso sia e con tutte le forze, ma saper leggere la realtà giorno dopo giorno e ridefinire ogni volta obiettivi, priorità e traguardi, consapevoli che ciascun punto di arrivo deve rappresentare l’inizio di una nuova sfida. Una sfida che non ci costringa a volere di più in termini materiali, ma che ci permetta di capire cosa ci renderà felici e che ci darà l’opportunità di vivere le esperienze che ci rendono più vivi, completi e realizzati.

Il vero successo? Lasciate stare soldi, potere e fama e continuate ad esplorare il mondo e le sue opportunità senza non fermarvi mai, perché l’uomo è fatto di desiderio e di curiosità e arrivare appaga soltanto il suo ego, lasciandolo lì a marcire nei suoi lussi e nella sua boria, se egli non sa comprendere ciò che gli occorre davvero per essere felice.