Se hai inventato una parola nuova, hai fatto del bene alla lingua italiana - Centodieci

Se hai inventato una parola nuova, hai fatto del bene alla lingua italiana

Vera Gheno

Vera Gheno è una sociolinguista. Nasce in Ungheria nel 1975. Si laurea e si addottora in Linguistica presso l'Università di Firenze, specializzandosi sulla comunicazione mediata dal computer. Insegna all'Università...

Un neologismo (dal greco néos ‘nuovo’ e lògos ‘parola’) è, per l’appunto, una parola che prima non esisteva. L’invenzione continua di termini che prima non esistevano è naturale, per una lingua viva, e nasce normalmente da un’esigenza dei parlanti; in alcuni casi, può avvenire anche per motivi artistici: molti libri contengono neologismi inventati per arte e diletto. Lo scrittore Giulio Xhaet, ad esempio, nel suo romanzo I sogni di Martino Sterio, inventa termini come cantuoni da canti+tuoni, falsorriso e rioccasione.

Le parole nuove possono venire inventate da chiunque: una persona comune, un bambino (pensiamo a petaloso, ma non è l’unico caso), una comunità indistinta di parlanti (si narra che questa sia la genesi di banzai), un inventore (come biro, dal cognome dell’inventore della penna a sfera), uno scrittore (si ricordi velivolo, invenzione di Gabriele D’Annunzio). Il più grande onomaturgo, ossia inventore di parole nuove, dell’italiano, è stato Dante Alighieri: molte delle sue invenzioni sono entrate nel vocabolario, mentre molte altre sono rimaste degli hapax, cioè delle parole che troviamo solo nelle sue opere e non si sono mai diffuse nell’uso, come infuturarsi.

A volte conosciamo chi sia il “papà” di un nuovo termine, ma più spesso questi rimane anonimo; a parte casi specifici, infatti, l’invenzione e la circolazione di una parola avvengono alla chetichella, e non è detto che qualcuno decida di appuntarsi le informazioni sulla sua genesi: questo è il motivo per cui, accanto a molti lemmi, nel dizionario si trova l’indicazione “etimologia incerta”. Le origini delle parole, talvolta, si perdono nella notte dei tempi, e non sempre le ricerche etimologiche danno risultati sicuri.

Tolte le parole italiane che derivano per regolare trafila dal latino (cane da canem o fuoco da focum), gli altri termini della nostra lingua hanno due origini:

– o sono esogeni, cioè derivano da altre lingue, come selfie;

– o sono endogeni, ossia formati con materiale linguistico già presente in italiano, per esempio tramite i suffissi, come ombrellone, telefonino e occhiello da ombrello, telefono e

Nel caso di termini esogeni, questi possono entrare in italiano:

– come forestierismi adattati, cioè “italianizzati” nella forma (si pensi a bistecca da beef-steak);

– come forestierismi integrali o non adattati, cioè esattamente nella forma con cui sono presenti nell’altra lingua (come tsunami);

– esiste poi un terzo tipo di prestiti dalle altre lingue, che si potrebbero definire degli “ibridi”; parole che nascono da una base straniera ma con un “pezzo” italiano, come i verbi in ­–are che a tanti danno fastidio: da schedulare a briffare, da whatsappare a googlare.

Molte persone manifestano fastidio per le parole nuove: apericena ha provocato vistose levate di scudi, e ogni volta che viene pubblicato l’elenco dei neologismi inserito nell’ultima edizione dello Zingarelli si alzano sempre voci preoccupate sullo stato di salute della lingua italiana, come se le parole nuove potessero in qualche modo contribuire alla sua distruzione.

Chiaramente, per i linguisti i neologismi non sono un problema, ma, come dicevo in apertura, un segno di salute della lingua. Non occorre, insomma, averne paura: microondabile non contribuirà alla morte della nostra lingua, come nemmeno ministra (anche se possono risultare indigeste, e questo è naturale, dato che le persone sono istintivamente avverse ai cambiamenti, anche in campo linguistico).

Infine, occorre ricordare che tutti, costantemente, inventiamo parole nuove; solo poche di queste, però, finiranno registrate nei dizionari. E chi decide quali? In Italia non esiste un ente addetto alla cernita dei neologismi, ma le parole che poi troviamo nel dizionario hanno passato un vaglio ben più severo: l’uso effettivo. In altre parole, non basta inventare un termine, ma occorre che le persone:

– lo trovino utile e quindi lo usino;

– che l’uso sia esteso nel tempo, cioè non rimanga un occasionalismo;

– che l’uso sia esteso in ambiti diversi: questo è il motivo per cui molti neologismi che nascono nell’ambito della rete fanno fatica a diventare “ufficiali”, come cuorare e stellinare, rispettivamente ‘mettere un cuore’ (su Instagram) e ‘inserire tra i preferiti’ (per esempio sul browser Chrome).

Conseguentemente, lamentarsi che una parola “sia brutta” o “cacofonica” non ha molto senso: in primo luogo, perché il fatto che “suoni male” non è un criterio particolarmente rilevante per la scelta di usare o meno una parola; in secondo luogo, perché l’unico criterio che conta veramente è l’utilità percepita. In altre parole, se una parola non serve, e quindi le persone non la usano, questa difficilmente finirà nei dizionari.

Un altro modo per ricordare che tutti noi, parlanti di una certa lingua, siamo responsabili in prima persona del suo stato di salute.