Gestire il caos in un mondo fluido

Gestire il caos in un mondo fluido

Stefano Besana

Stefano Besana è Digital Enterprise e Social Business Strategist. Lavora da oltre 5 anni nell’ambito della Social Enterprise, del Social Media Marketing, dell’Innovazione collaborativa e dell’Enterprise 2.0...

«Nell’ambito di un’organizzazione umana, l’evento che innesca il processo dell’emergenza può essere un commento casuale, che può anche non sembrare importante alla persona che lo fa, ma che risulta invece essere significativo per alcune persone appartenenti a una comunità di pratica. Da questo stato caotico viene a emergere una nuova forma di ordine, organizzata attorno a dei nuovi significati. Questo nuovo ordine non è stato progettato da nessun singolo individuo, ma è emerso dalla creatività collettiva dell’organizzazione stessa»

Con queste parole Fritjof Capra nel suo libro La Scienza della Vita, mette bene in evidenza come i processi creativi e informali siano spesso mossi dal caos, dal disordine e dalla casualità più che da qualcosa di razionale. Se è vero che le nostre aziende somigliano a organismi viventi e che gli organismi viventi sono composti da strutture caotiche i cui legami emergono dalle interazioni con l’ambiente resta da capire come gestire e amministrare – come persone e come professionisti – un caos che può, spesso e molte volte, destabilizzarci.

Su questa stessa scorta anche il filosofo Micheal Polanyi ha sottolineato l’importanza della conoscenza inespressa e di quanto non viene detto più che di quello che viene detto in azienda (ma anche in contesti di vita personale e tempo libero). Per lui la conoscenza inespressa delle reti informali è sempre una precondizione perché poi ci possa essere una conoscenza esplicita e formale. È un orizzonte di senso all’interno del quale il soggetto acquisisce conoscenza e significato.

Quello che stiamo sostenendo è dunque duplice. Da un lato il caos, la conoscenza informale, i moti spontanei, sono caratteristiche insiste nei sistemi viventi, nel mondo, nella vita stessa (biologica e organizzativa); in secondo luogo il caos, il non detto, l’implicito e informale sono presupposti e condizioni sine qua non per l’instaurarsi di un orizzonte di senso.

Gestire l’incertezza diventa quindi non importante, ma fondamentale per il mondo di oggi.

Se è vero – come è vero – e come diceva Seneca che “non esistono venti favorevoli per il marinaio che non sa a quale porto approdare” è altrettanto vero che spesso ci si trova in situazioni di vita che impediscono di avere una visione chiara sulla direzione e richiedono di navigare “a vista”.

Come fare quindi? A che serve prepararsi per un futuro incerto? È possibile farlo? Come facciamo se la situazione non è chiara e non è trasparente?

Credo che, in questo caso, ci possa venire in soccorso una metafora semplice e – a mio avviso – altrettanto efficace, mutuata dal mondo musicale. La metafora è quella delle jam session: una formazione, cioè, di musicista, regolare o estemporanea che si ritrova per produrre e comporre musica senza un canovaccio prestabilito. Solitamente l’improvvisazione avviene sulla base di alcuni standard, dei pezzi che – con il tempo – sono diventati dei classici della musica jazz. Si improvvisa, quindi, ma a partire da una forma condivisa e conosciuta che è diventata stabile nel tempo. Ancora più interessante è che – secondo la psicologia – all’interno di queste sessioni si sviluppa una vera e propria group mind: i singoli agiscono, quindi, in sinergia, facendo emergere dal caos un prodotto creativo che prima non esisteva.

La lezione che possiamo derivare da questo esempio è una lezione che si ritrova spesso anche in molti esempi della filosofia e del pensiero orientale, l’importanza di acquisire una forma per poi andare oltre la stessa. Prepariamoci, non per l’incertezza ma per noi stessi, acquisiamo un metodo (come nella musica e nell’esempio degli standard), ma rimaniamo pronti ad abbandonarlo quando se ne presenta l’occasione per creare qualcosa di nuovo, innovativo e – si spera – mai visto prima.