Le foreste non hanno bisogno dell’uomo ma noi abbiamo bisogno di loro -

Le foreste non hanno bisogno dell’uomo ma noi abbiamo bisogno di loro

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Fin dai suoi albori il destino della nostra specie è legato a doppio filo a quello delle foreste. Tra le fronde degli alberi i nostri progenitori hanno trovato riparo e sostentamento e, in seguito, dalle foreste hanno ricavato legname per realizzare strumenti e accendere fuochi. Oggi, a migliaia di anni di distanza e dopo aver compiuto uno straordinario percorso evolutivo, l’Homo sapiens dipende ancora dalle foreste e in esse ripone anzi le proprie speranze di sopravvivenza.
I boschi sono infatti i nostri principali alleati nella sfida più grande che l’umanità abbia mai dovuto affrontare: i cambiamenti climatici. Abbiamo chiesto a Giorgio Vacchiano, ricercatore in gestione e pianificazione forestale dell’università Statale di Milano, inserito tra gli undici scienziati più promettenti al mondo dalla rivista Nature, di spiegarci come stanno queste vitali aree verdi.

In Italia la copertura forestale è in crescita, ma qual è lo stato di salute delle foreste italiane?

In Italia le foreste ricoprono oggi quasi 12 milioni di ettari, il 39 per cento del territorio nazionale, un’estensione doppia rispetto al 1936. Le foreste italiane si stanno quindi espandendo, prevalentemente grazie alla naturale ricolonizzazione di terreni abbandonati dall’agricoltura o dal pascolo, e continuano a immagazzinare carbonio a un ritmo sostenuto, pari a 5 tonnellate di CO2 per ettaro all’anno.
Al tempo stesso, le foreste sono sempre più esposte agli effetti negativi della crisi climatica, sia nel bacino del Mediterraneo, con l’aumento dei periodi di siccità e dell’area colpita dagli incendi boschivi, che sulle Alpi, come testimoniano i gravi danni provocati dalla tempesta Vaia. Il pericolo principale non è rappresentato tanto dalla perdita irreversibile delle foreste, che anzi sono state equipaggiate dall’evoluzione a riprendersi anche dopo eventi catastrofici, quanto piuttosto dalla perdita dei servizi che forniscono gratuitamente alla comunità.
In diverse aree del mondo sono stati avviati progetti di rewilding, sia tramite riforestazione che tramite l’introduzione di specie animali localmente estinte che potrebbero rimettere in moto meccanismi ecologici ormai inceppati. Secondo lo scrittore e giornalista britannico George Monbiot, rewilding significa “resistere alla pulsione di controllare la natura”. È d’accordo o ritiene che le aree naturali necessitino dell’intervento dell’uomo?

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13 Dicembre 2019 | Arte e Cultura

Questione di misura: quando i gruppi di lavoro su WhatsApp fanno male

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12 Dicembre 2019 | Crescita

Cos’hanno in comune David Tremlett e la città di Udine?

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11 Dicembre 2019 | Arte e Cultura

Il ricordo di quel giovedì nero degli anni ‘20

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10 Dicembre 2019 | Crescita

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09 Dicembre 2019 | Crescita

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06 Dicembre 2019 | Crescita

Fare business con uno stakeholder speciale: il pianeta

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05 Dicembre 2019 | Crescita

Phoebe Waller-Bridge, da autrice e sceneggiatrice ad attrice

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04 Dicembre 2019 | Crescita

Le foreste esistono da 500 milioni di anni, l’uomo da meno di 5 milioni. Gli ecosistemi non hanno bisogno dell’uomo. Al contrario, è l’uomo ad aver bisogno di ecosistemi sani, ricchi di biodiversità e connessi tra di loro, che gli forniscano cibo, aria, acqua, risorse, energia, un clima stabile, benessere fisico e spirituale. Per millenni l’uomo ha accresciuto la propria capacità di “controllare la natura”, iniziando a modificare gli ecosistemi e i processi planetari su vasta scala e in modo pericoloso per la propria sopravvivenza a partire dalla seconda metà del Ventesimo secolo.
Io credo che l’unico modo per cambiare il corso delle cose sia accorgersi che l’alterazione degli ecosistemi danneggia non solo la natura, ma l’uomo in sé. Ciò che fa male al pianeta fa male anche (e soprattutto) all’uomo, perché l’uomo e la natura non sono due entità distinte.
Il rewilding è un’opzione estrema, percorribile laddove la società è disposta a farsi da parte. Esistono tuttavia anche altre strategie che possiamo adottare: il ripristino degli ecosistemi, la decarbonizzazione e il ricorso a soluzioni basate sulla natura per aumentare il grado di resilienza climatica delle città.

Come si possono sfruttare le capacità di resistenza delle foreste per proteggere i centri urbani?

Gli alberi in città hanno “superpoteri” che ci possono aiutare ad affrontare gli effetti del riscaldamento globale. La chioma di un albero maturo può trattenere 200 litri d’acqua: un aiuto prezioso durante piogge intense, perché l’acqua trattenuta arriverà al suolo più lentamente, evitando di scorrere tutta insieme creando picchi di piena nei corsi d’acqua e sovraccaricando le reti di deflusso idrico urbano. Gli alberi sono inoltre dei condizionatori d’aria naturali: non solo perché ci rinfrescano con la loro ombra, ma perché, “consumando” calore per far evaporare acqua dalle loro foglie, evitano che questo calore vada ad aumentare la temperatura delle superfici di strade ed edifici, mitigando l’effetto isola di calore.
Altri benefici riguardano l’assorbimento da parte degli alberi di particolato e gas inquinanti prodotti dal traffico e l’aumento del benessere psico-fisico di tutte le fasce di popolazione. Per potenziare al massimo questi “superpoteri” occorre però progettare la presenza degli alberi in città in modo che funzionino come un ecosistema. Servono vere e proprie “foreste urbane” collegate tra loro in modo che animali e semi possano percorrerle liberamente, aumentando il loro tasso di biodiversità e quindi la loro capacità di funzionare.