Perché la tenacia di Scorsese è stata fondamentale per girare Irishman

Perché la tenacia di Scorsese è stata fondamentale per girare Irishman

Gianmaria Tammaro

Giornalista pubblicista, napoletano. Cura la rubrica dedicata alle serie tv, in uscita ogni giovedì, per il quotidiano La Stampa. Collabora con il gruppo Condé Nast ( Wired Italia , Vanity Fair ) e con il gruppo...

Per raccontare quest’ultima edizione della Festa del Cinema di Roma, bastano due momenti. Un incontro, quello con Bill Murray e un film, “The Irishman” di Martin Scorsese. Il primo perché ha riassunto efficacemente, e forse nel migliore dei modi, cioè quello più spontaneo e sincero, l’anima della Festa creata da Antonio Monda: non improvvisata, ma genuina; non eccessiva, ma sofisticata, intelligente, ricca di ironia e –cosa ancora più importante, forse – di passione. C’è stato un problema con la traduzione, si è lamentato qualcuno. Bill Murray, che è un comico, un mattatore, uno degli attori più brillanti della sua generazione, non ha voluto aspettare l’interprete. Fatto interessante, e non da sottovalutare, è che non si è lamentato nessuno del pubblico pagante, pronto ad ascoltare Murray in qualunque lingua. Ed è questa, forse, la sintesi perfetta, la fotografia più bella, che si possa fare di questo evento. Il fatto che sia un momento popolare, estremamente vero, rivolto agli spettatori, che in questo modo diventano protagonisti tanto quanto gli attori che passeggiano sul red carpet. Il vero peccato, forse, è che di questo incontro, condotto a tre da Monda e da Wes Anderson e per un po’ di tempo anche da Frances McDormand (lei che arriva, si siede sulle gambe di lui, ride, si diverte, non annunciata), non ci sia una registrazione video. Poi, c’è stata l’anteprima italiana di “The Irishman”, che è uno dei titoli più attesi dell’anno, una produzione – e un’esclusiva – di Netflix, che ha trovato in Martin Scorsese, il grande regista, il grande autore, il suo nuovo campione. Di “The Irishman” si dice che sia uno dei grandi favoriti agli Oscar. Nel caso della Festa del Cinema di Roma, più che la trama o il cast stellare, la cosa veramente importante è stata il contesto in cui questo film è cresciuto, la rivoluzione rumorosa che l’ha accompagnato.

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12 Maggio 2020 | Innovability

È un film che è costato più di 150 milioni di dollari. È diretto da uno dei simboli viventi del cinema e del grande cinema. Uscirà anche in sala, come richiesto dall’autore. E incarna il mutamento che sta colpendo la settima arte. Scorsese, per questo film, ha dovuto aspettare. Ha rischiato di non vederlo mai realizzato, visti i costi da affrontare. La sua, la grande autorialità, non è più quello che i grandi studios cercano. O meglio: non è il primo piatto che, al ristorante, sarebbero pronti a ordinare. Ci sono i cinecomic (e sappiamo, poi, come i cinecomic sono visti da Scorsese). E c’è un’altra idea, un’altra dimensione, da tenere in considerazione. A Roma, com’era già successo a Venezia, è andato in scena proprio questo: Netflix, la novità, che sposa la vecchia signora, il Cinema, e che cammina con lei a braccetto verso il futuro. Sia l’incontro con Bill Murray che la proiezione di “The Irishman” ci insegnano qualcosa di più della vera anima, del vero obiettivo, della Festa del Cinema di Roma: della sua forma in continuo movimento, e della visione che ha Antonio Monda, il suo direttore. È il momento di rimettere al centro il pubblico – e non solo quello adulto, come ha notato Francesco Castelnuovo; ma pure quello più giovane – ed è il momento di farlo nella più bella e potente delle cornici: la sala.