Cosa vuol dire essere genitori e figli secondo Massimo Recalcati

Cosa vuol dire essere genitori e figli secondo Massimo Recalcati

Carmelo Benvenuto

Laureato in Lettere e Filosofia, ha poi ottenuto un Master in Relazioni Istituzionali, Lobbying e Comunicazione d’impresa del Sole 24 Ore. Ha collaborato con alcune testate online e nell’organizzazione di rassegne...

«Questa città è viva perchè c’è qualcuno che la rende costantemente viva, cioè che, dal punto di vista della psicanalisi, è davvero un erede», spiega Massimo Recalcati nell’ambito degli incontri del progetto RiVedere Matera, organizzato da Centodieci con il Comune di Matera, città Capitale Europea della Cultura per il 2019. «Un figlio diventa un erede, un vero erede quando concepisce l’eredità come un compito, non come un’acquisizione, ma il compito di continuare a fare esistere, a fare vivere quello che ha ereditato. C’è un passo struggente dell’ultimo Freud, l’ultima frase di Freud prima di morire, in cui egli cita una frase di Goethe sull’eredità: «Se vuoi davvero ereditare quello che i tuoi padri ti hanno lasciato devi saperlo riconquistare».
L’eredità non è un movimento che guarda nostalgicamente al passato, l’ereditare è un movimento che va verso il futuro, è il futuro che fa esistere il passato. Il futuro può fare esistere il passato come un accumulo morto di macerie, o come un luogo di poesia. Da cosa dipende questo? È l’azione del figlio che fa esistere la poesia o la maledizione del passato, a seconda dei suoi movimenti».
Il mestiere del genitore è, per Recalcati, un mestiere «impossibile». I migliori genitori, spiega, sono quelli consapevoli di questa impossibilità.
Sono spesso cattivi genitori coloro i quali pensano di essere buoni genitori, genitori esemplari, modelli – sono quelli che spesso fanno più danni ai loro figli. Quando un genitore si pone come figura esemplare i figli sono schiacciati, i figli hanno bisogno di vedere l’imperfezione, l’umanizzazione, la vulnerabilità dei genitori, non figure idealmente esemplari.

Cosa vuol dire essere madre?

L’atto materno non coincide col generare biologicamente un figlio, ma troviamo atti materni diffusi nella nostra esperienza. L’atto materno si realizza simbolicamente, secondo Recalcati, in una parola (che ha grande valore anche nel testo biblico, l’imperativo con cui Abramo risponde alla chiamata di Dio) che è la parola “eccomi”. «Madre è colei che risponde al grido dell’inerme e che si prende cura dell’inerme, della sua fame, dei suoi bisogni, del suo dolore, della sua angoscia, della sua fragilità. Madre c’è ogni volta in cui noi rispondiamo al grido di qualcuno che è fragile, vulnerabile, che si sente perso nella notte». In questo senso, la risposta materna ha la natura elementare e fondamentale del “soccorso”. Nel buio della notte, la parola della madre è per il bambino la luce. L’eccomi della madre è per il figlio luce della parola.
La cura materna ha la particolarità però di non essere mai anonima, è sempre indirizzata al nome proprio del figlio, di ciascun figlio – questo è molto importante nel nostro tempo che ragiona su cifre, algoritmi, su quantità anonime. La cura materna non è numerologica, ma tiene sempre conto del nome proprio del figlio, è una cura che rende il figlio insostituibile.
La versione positiva della madre non è quella cannibalica, che vuole trattenere presso di sé il figlio fino a soffocarlo. La madre insegna al figlio a non avere bisogno di lei, ma a fare a meno di lei. Mi viene in mente ancora una volta la vicenda di re Salomone e delle due madri che hanno avuto lo stesso figlio e chiedono di essere riconosciute come madri di un medesimo bambino: quando Salomone propone di tagliare in due il bambino, la reazione delle due madri rivela la verità in quanto una delle due rifiuta la proposta di Salomone e dice «che resti vivo, anche se lo perdo», l’altra accetta la morte del bambino piuttosto che perdere la propria parte. La maternità è in definitiva un’esperienza di svuotamento, cioè di perdita».

Quale parola usare per descrivere la figura del padre?

«Per definire la funzione fondamentale del padre, dice Recalcati, userei la parola «no». In psicanalisi il padre – prescindendo anche in questo caso dalla mera paternità biologica – è il custode del senso umano della legge, cioè che noi, in quanto umani, siamo tenuti a fare esperienza del limite, dell’impossibile. Il padre custodisce il senso della legge perché custodisce il senso del limite. È padre colui che custodisce il senso del limite e dunque, in questo senso, sa pronunciare un «no» che resiste a ogni forma di dialogo e di compromesso. Con ciò non si intende esaltare il valore repressivo e autoritario del «no», cioè un uso inumano della legge. La legge del padre, se vuole davvero essere tale, nel momento stesso in cui pone il senso del limite e fa esistere l’impossibile, è necessario che il padre sia testimone della legge, ma non goda della sua stessa legge, non goda cioè nell’esercitare il potere della legge. Altrimenti sorge una versione sadica del potere e dunque del padre, che gode nell’esercizio del proprio potere. D’altra parte, e in connessione con questo, è necessario che il potere venga umanizzato nel momento stesso in cui il padre lo esercita. La legge, se umana, deve sempre prevedere la possibilità dell’eccezione. La legge del padre non è inflessibile, non è cintura, frusta. È necessario umanizzare la legge: questo è compito del padre. Il nostro tempo si illude di democratizzare la relazione padre-figlio, così come quella maestro-allievo, quando invece essa, strutturalmente, non è affatto democratica. Il nostro tempo crede che col dialogo si risolva tutto – sappiamo per esperienza che non è così, che non è il dialogo che modifica la struttura delle relazioni e può persino essere necessario interrompere il dialogo e questo è possibile soltanto se si riconosce che il peso specifico della parola del genitore non è lo stesso di quella dei figli. Questo non è spesso più possibile, perchè l’angoscia dei genitori iper-moderni è quella di essere e sentirsi amati dai propri figli: mentre gli individui delle precedenti generazioni hanno vissuto il dramma di non sapere se fossero amati dai propri genitori, oggi sono i genitori che inseguono i figli e si chiedono: «ma mi ami? Mi vuoi bene». Questa è un’aberrazione che ha capovolto la sequenza del rapporto generazionale».

Cosa significa essere figli?

La terza parola chiave, quella forse più difficile per i genitori da pronunciare, ma allo stesso tempo la più importante per il figlio, quella di cui il figlio ha bisogno come l’ossigeno è la parola “vai”. Bisogna saper dire questa parola, “vai”. Lasciare andare. È una parola semplice, ma è la parola più difficile della genitorialità. Il bambino si angoscia dell’assenza del genitore, l’adolescente, invece, della sua presenza. L’assenza del genitore è una forma di presenza. Per lasciare andare è necessario non avere progetti sui nostri figli. Solo se un genitore non ha progetti definiti sul proprio figlio, questo può vivere radicalmente la propria libertà, e dunque il proprio desiderio. «Come diceva Deleuze: non c’è incubo peggiore di trovarsi nel sogno di un altro».