I millennial sono stati traditi dalla rivoluzione digitale?

I millennial sono stati traditi dalla rivoluzione digitale?

Antonella Scarfò

Giornalista professionista. Collabora con Business Insider Italia, Forbes Italia, La Stampa Tuttogreen scrivendo di innovazione e sostenibilità. Lavora come communication specialist alla definizione di strategie...

Dietro il più grande scandalo sulla gestione dei dati degli ultimi anni, si celano le competenze, le ambizioni e gli ideali traditi di un’intera generazione, quella dei millennial. Lo racconta la 33enne Brittany Kaiser, tra i giovani arruolati nel progetto di Cambridge Analytica, nel suo libro La dittatura dei dati, uscito di recente in Italia (per HarperCollins). Un altro libro confessione, dopo Mindf*ck. Cambridge Analytica and the plot to break America del whistleblower Christopher Wylie (31 anni). L’affresco di un’intera generazione che vedeva in Mark Zuckerberg un “incredibile modello di innovazione” e ripete il mantra “connettività ed engagement”. 

Perché le scelte di carriera sono più difficili

Qualcosa, però, in questo modello si è rotto. E sono stati proprio due millennial a denunciarlo. Un passo indietro importante, che mostra un cortocircuito tra le promesse di successo del mondo digitale e la realtà. E suggerisce una riflessione: l’esplosione della comunicazione digitale, l’affermazione definitiva dei social media ha messo in difficoltà non solo le aziende, ma anche le persone, causando una perdita di punti di riferimento per chi cerca di affermarsi come professionista e deve preoccuparsi di tenere in piedi e far coincidere almeno due identità: quella offline e quella online. C’è una complessità senza precedenti nelle scelte di carriera dei giovani nati subito prima dell’avvento del web, che erano adolescenti quando Facebook è venuta al mondo come un gioco e che sono diventati adulti scoprendo che quel social network era diventato tutt’altro che un passatempo. 

Una storia su cui riflettere

La parabola biografica della studentessa di origini statunitensi Brittany Kaiser è in tal senso esemplare: una brillante studentessa universitaria, attiva nella campagna elettorale di Barack Obama diventa la direttrice del business development della società che aiuta Trump a vincere le elezioni. In mezzo c’è la storia della crisi economica del 2008, che ha colpito la sua famiglia e ha influenzato le sue scelte di vita e di lavoro. Tuttavia, come Brittany spiega nel suo libro, non si è trattato solo di soldi.

Una generazione senza rivoluzione

«Cambridge Analytica era l’unico posto in Europa in cui potevi sentirti come alla Silicon Valley», scrive Kaiser, confessando di essere stata attratta da una promessa di rivoluzione, fatta di Big Data e analytics, “il nuovo petrolio” dell’era digitale. Una promessa che ha conquistato talenti da tutto il mondo (compresa l’Italia) appartenenti a una generazione che di rivoluzione politica ha solo sentito parlare con nostalgia e che ha visto nella rivoluzione digitale un’offerta da non rifiutare, per motivi economici, ma anche di identità professionale e sociale.

Il circo dell’innovazione 

Un’identità che oggi sembra più facile da conquistare rispetto al passato, proprio per la richiesta incessante del mercato di ruoli inediti (basta fare una ricerca su LinkedIn usando le parole chiave digital, social o manager per accorgersene). Ma in questa corsa ad accaparrarsi l’ultimo mestiere sbarcato sul mercato ci si può anche perdere, com’è successo a Brittany, in un circo dell’innovazione in cui si finisce per recitare la parte del pagliaccio invece che dell’abile giocoliere o dell’agile equilibrista. Può accadere, come a Brittany, che nella scelta del lavoro trascuriamo i nostri valori personali, arrivando a rinnegare la nostra storia e la nostra stessa identità pur di ottenere riconoscimenti economici e sociali. 

Siamo il lavoro che facciamo

Il digitale ha amplificato la complessità della costruzione di un’identità lavorativa perché ha introdotto un fattore nuovo: il racconto costante di noi stessi, la costruzione quotidiana del nostro brand personale, anche al di fuori dei confini lavorativi e senza limiti geografici. Su LinkedIn, siamo il lavoro che facciamo. E questo fa parte del gioco. Ma lo siamo anche su Instagram, su Facebook e su Twitter (come millennial non siamo ancora sbarcati in massa su Tiktok ma potremmo arrivarci presto). Tutto questo, ammettiamolo, è quasi impossibile da gestire. Uno degli articoli più applauditi su Medium al momento, non a caso, si intitola “I’m not updating my job on LinkedIn” e suggerisce, come strategia di sopravvivenza, quella di evitare di aggiornare il profilo del social network a meno che non si voglia fare un endorsement all’azienda o che non sia davvero utile per noi.

Come decidere se accettare un lavoro

Il lavoro non ha confini ed è parte preponderante della nostra identità come persone. Ecco perché prima di accettare un incarico e farsi abbagliare dalle promesse di successo del digitale bisognerebbe chiedersi: come ci sentiamo quando le luci si spengono e cala il sipario? Cosa siamo disposti a fare? E soprattutto: per chi vogliamo farlo?

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