L’equilibrio è Sul filo di lana. L’intervista a Loretta Napoleoni

L’equilibrio è Sul filo di lana. L’intervista a Loretta Napoleoni

Federico Bastiani

Sono giornalista pubblicista, nato nel 1977 a Pisa e laureato in Economia aziendale. Ho scoperto la passione per il giornalismo dopo un viaggio a Buenos Aires e l’incontro con le Madri di Plaza de Mayo. Da quel...

Loretta Napoleoni è un’economista di fama internazionale diventata celebre quando, dopo il tragico anno del 2001, ha studiato i metodi di finanziamento del terrorismo. Ha scritto bestseller internazionali tradotti in più di venti lingue come Economia Canaglia, Isis Lo stato del Terrore o Maonomics. La ritroviamo in libreria con un libro sul lavoro a maglia (Sul filo di Lana, edizioni Mondadori).

Il filo di lana è la metafora che lega la storia della nostra umanità. Il lavoro a maglia è una di quelle attività silenziose che per millenni uomini e donne hanno svolto affrontando la storia. Grazie a questo libro scopriamo come quest’antica arte per gli inglesi abbia avuto un ruolo fondamentale per vincere le guerre mondiali o come gli uomini in passato erano dei grandi sferruzzatori.

Perché un’economista di fama internazionale come lei ha sentito il bisogno di scrivere un libro sul lavoro a maglia?

C’è stato un momento di gravi difficoltà personali che racconto nel libro. In questi momenti di forte stress mi sono accorta che il lavoro e le mie lauree in Economia non mi avrebbero aiutato a uscirne. Ho iniziato a pensare a mia nonna che di problemi ne ha affrontati molti passando per due guerre mondiali. È stata lei che mi ha insegnato a lavorare a maglia quando ero piccola e ho scoperto il lato terapeutico di questa attività. Quando mi svegliavo alle quattro di mattina con attacchi di ansia, invece di prendere psicofarmaci lavoravo a maglia. Quest’attività mi calmava, mi teneva focalizzata sull’obiettivo. È stato un processo di guarigione.

Ci sono anche studi che parlano dei benefici del lavoro a maglia.

Ci sono degli studi, anche se non sono tantissimi, che dimostrano come lavorare a maglia riduca la possibilità di incorrere in malattie degenerative perché si attivano i due emisferi del cervello. Lavorare a maglia richiede una grande concentrazione, sono movimenti meccanici che però richiedono di stare focalizzati e non pensare ad altro, per questo aiuta a mantenere il cervello giovane.

Per scrivere questo libro ha svolto molta ricerca, quali sono le scoperte più interessanti? 

La parte scientifica è sicuramente strabiliante. Il filato non è elastico ma quando lavori a maglia lo diventa e su questo ci sono tanti studi matematici che tentano di legare questo principio all’espansione dell’Universo. Poi è stato interessante scoprire come il lavoro a maglia abbia giocato un ruolo fondamentale durante la Rivoluzione Francese e quella Americana, ma anche oggi attraverso lo Yarn Knitting.

Quindi considera il lavoro a maglia anche una forma di protesta?

Lo è sicuramente. Se si guarda alla storia recente vediamo che tutti i movimenti come Occupy Wall Street, gli Indignados, ecc hanno avuto vita breve mentre lo yarn bombing continua nel tempo. Nel libro racconto del Revolutionary Knitting Circle e di tutti quei movimenti che usano il lavoro a maglia come forma di protesta. È una rivoluzione silenziosa che ha un significato profondo. Se ad esempio vengono ricoperti dei tronchi di albero con delle maglie, è sicuramente un messaggio visivo impattante ma racconta anche del tempo che è stato impiegato per realizzare quei lavori e quindi implicitamente la dedizione delle persone alla causa. 

Nel libro parla anche di come il lavoro a maglia sia stato un’attività anche maschile.

I primi a lavorare a maglia sono stati gli uomini che dovevano cucire le reti per pescare, una delle attività più antiche, le prime tracce risalgono a 6500 anni. Ma oggi non è così raro vedere uomini lavorare a maglia. Nel 2017 diventò virale il video di Louis Boria, il futuro creatore di Brooklyn Boy Knits, che sferruzzava in metropolitana. È un’attività che è stata di nuovo sdoganata per gli uomini. Oggi è normale vedere gli uomini in cucina ma fino a trent’anni fa non lo era.

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