“Sono stata donna in fuga”, si apre così il nuovo romanzo La donna degli alberi di Lorenzo Marone, scrittore napoletano vincitore del Premio Stresa 2015. Un viaggio nella propria anima, una fuga dal presente per ricostruire sé stessi e guardare al futuro. La magistrale penna di Marone racconta la storia di una donna che si rifugia nei ricordi del passato della sua baita di montagna per ritrovare mano a mano un pezzo di sé. Un’atmosfera un po’ bucolica, quella ricreata da Marone, che stimola tutti i sensi: il rapporto con la natura, i profumi e i colori, descritti minuziosamente, che danno voce ad emozioni nel completo silenzio della montagna. I personaggi senza nome creano empatia con il lettore per quello che fanno, non per chi sono o da dove vengono. I gesti lenti, l’attenzione al dettaglio, il mondo animale, gli alberi, lontano dal brusio e dall’infelice indifferenza della città che trascura il profondo e necessario rapporto tra uomo e natura:

“Lascio dietro di me le cose che non comprendo, quelle che non posso cambiare, lo sguardo ostile di chi non ti conosce, le bottiglie di plastica, la città piena di assenza, i cellulari che rubano il tempo. Lascio il mondo dei vincenti, di quelli che si sentono tali, il frastuono dei loro bolidi, la televisione dell’apparire, le cartacce per terra, l’auto davanti alla discesa dei disabili, il menefreghismo diffuso. Lascio l’idea che non ci si debba annoiare, e chi non mostra dubbi, chi non ha tempo per salutare, i ripetitori della telefonia mobile sui tetti. Lascio le urla di prevaricazione, e quelle che fanno spettacolo, le ricorrenze che mi rendono più sola, e l’idea di profitto. Lascio il convincimento che la vita sia prendere sempre un pochino di più, l’indifferenza verso il mondo animale, la paura di ciò che non si conosce, lascio i muri che soffocano, chi salta la fila, le cicche per strada, la condivisione di ogni cosa, l’idea di fare prima degli altri, la ricerca dell’affare, che è approfittare, l’afa delle notti estive di cemento, il cielo senza stelle”.

La narrazione segue il ritmo inesorabile delle stagioni, dei mesi che passano, dei cambiamenti che i paesaggi attraversano e che la stessa protagonista subisce. Lo scrittore entra con profonda intensità nell’animo femminile di una donna che ricerca la solitudine per trovare sé stessa, scappando dalla vita frenetica della città. La donna non ha nome e non ha età: una scelta stilistica importante da parte dello scrittore che vuole dare enfasi a un percorso interiore di trasformazione, un romanzo di formazione che vede piano piano la protagonista farsi un tutt’uno con la natura e i ricordi della sua infanzia, per ritrovare sé stessa. 

Un lungo percorso che dura un anno, dove la donna sola non è mai veramente sola: la baita, isolata dal contesto urbano, si trova a pochi chilometri da una piccola comunità in cui nessuno è chiamato col proprio nome: l’uomo dal giaccone rosso, lo Straniero, che vuole rimettere in sesto il rifugio e piantare gli abeti sul versante settentrionale della montagna per agevolarne la fertilità. La Guaritrice, una donna muta dalla nascita, che comprende il linguaggio delle piante e che la coinvolge in un emozionante parto; la Rossa, che gestisce la locanda del paese a valle; la Benefattrice, una contadina che l’accoglie e la nutre con cibo e premure. 

Un evento inatteso spezza il precario equilibrio della donna che si ritrova di nuovo faccia a faccia con la paura. Ora, però, in questo luogo dove tutto scorre lento, accoglie persone che la avvolgono con quel calore e quell’umanità che non pensava esistessero ancora. Ed è sul finire dell’inverno che, così come la natura, anche la donna sente che è arrivato il momento di rinascere e di incamminarsi verso una nuova avventura. 

Marone accompagna il lettore in questo viaggio senza dialoghi, insegnandoci ad ascolta il silenzio che a volte spaventa e a volte aiuta a ritrovare quella parte di sé soppressa dalle inquietudini della vita. 

“Di queste giornate, di quest’anno, conserverò poche parole, rammenterò i silenzi che mi hanno dominato, quelli dai quali nasciamo e nei quali moriamo, il silenzio della montagna che chiede di essere ascoltato, quello degli abitanti del bosco di notte, la presenza muta della Guaritrice, lo sguardo raccolto dello Straniero, la compagnia senza parole della Rossa al tavolo, i miei stessi silenzi, che mi hanno spaventato a volte.”