“C’è solo un modo di dimenticare il tempo: impiegarlo”. Scriveva così Charles Baudelaire e, forse, non c’era bisogno di scomodare un poeta per dire una cosa che suonerà, ai più, parecchio ovvia.
Il fatto è che la disponibilità di tempo sembra proprio una cosa assai importante.
Gli esseri umani passano la vita a chiedersi che cosa li renda felici, senza per la verità arrivare a risposte univoche in tal senso. Pure Centodieci ha già affrontato la questione, concentrandosi su quella che è l’identità più semplice da capire al giorno d’oggi, anche perché è quella che ispira molte delle nostre esistenze: denaro uguale felicità.
C’è un’intera branca dell’economia che si occupa del tema e, negli anni, risultati piuttosto robusti mostrano che, effettivamente, i soldi sono in grado di comprare il benessere, pur con tutta una serie di se e di ma.
Ora, anche dando per assodato il fatto che il denaro acquisti comunque la felicità, c’è però una seconda questione, altrettanto importante, mantenuta spesso sullo sfondo e che merita, tuttavia, di essere sviscerata: che cosa ci permette di ‘continuare a essere felici’?
Io, infatti, non voglio SOLTANTO essere felice; voglio un programma che giri un loop di felicità senza uscita; voglio, nei limiti del possibile e delle circostanze che, chiaramente, possono intervenire e modificare il mio contesto di riferimento (malattie, incidenti, perdita di persone care, disoccupazione), trovare ciò che renda la qualità della vita un elemento PERSISTENTE.
Ecco, dunque, che uno studio appena pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica PNAS fa al caso nostro. Realizzato, tra gli altri, da due dei massimi esperti di felicità al mondo, Elizabeth Dunn (University of British Columbia, Vancouver) e Michael Norton (Harvard Business School), offre un’evidenza empirica molto robusta sul fatto che ciò che davvero conta, o per essere più prudenti che influisce molto, sul benessere di una persona, è la disponibilità di tempo.
Lo studio è stato condotto sia attraverso dei questionari incrociati a campioni rappresentativi di persone in USA, Danimarca, Canada e Olanda, sia attraverso un esperimento sul campo condotto con alcuni soggetti in Canada.
In particolare, per quanto concerne quest’ultimo, su un arco di due settimane, alcune persone hanno avuto la facoltà di spendere del denaro (40 dollari) o per attività in grado di far risparmiare loro tempo (pulizie di casa, servizi di ristorazione per evitare di dover cucinare, etc.) o per l’acquisto di beni materiali.
I risultati mostrano inequivocabilmente che chi spende denaro per attività che fanno risparmiare tempo è più felice di chi lo spende per beni e prodotti materiali.
Negli ultimi decenni, il reddito medio in molti paesi del mondo è aumentato ma, con esso, è aumentato anche il time stress delle persone, la percezione di avere meno tempo libero a disposizione, forse legata al fatto che le risorse vengono destinate ad attività che, in realtà, il tempo te lo tolgono: shopping e pendolarismo da lavoro in primis.
Avere tempo è strettamente connesso con la dimensione del supporto sociale: essere cioè inserito in una rete di contatto e di relazioni, avere qualcuno su cui poter contare e con cui poter condividere un’esperienza. Per vivere profondamente e significativamente una relazione, bisogna avere il tempo di farlo.
Anzi, bisogna DARSI il tempo di farlo.
In questo senso, il denaro è uno strumento, il più importante probabilmente, in grado di ottenere lo scopo. Non è tanto, dunque, la relazione tra felicità e soldi a essere in discussione, quanto la DIREZIONE dei nostri obiettivi rispetto a ciò che ci consente di realizzare una vita degna di essere vissuta.
Chiudere con Justin Timberlake dopo avere aperto con Baudelaire può sembrare stonato, ma torna in mente il Will Salas di In time, film che andrebbe forse rivisto con ancora più attenzione alla luce dei nuovi studi sulla felicità: “Non mi interessano le ore della giornata, ma che non mi sfugga il tempo dalle mani.”