«Qualsiasi cambiamento, anche il più piccolo, influenza il tutto. Dobbiamo assumerci la responsabilità di ogni pensiero, di ogni emozione, di ogni azione che compiamo». Ne è convinto Oscar di Montigny, che lo scorso 5 dicembre a Matera ha raccontato e condiviso la sua visione del futuro in occasione dell’uscita del suo ultimo libro: Il tempo dei nuovi eroi.
Oscar di Montigny parla di eroi perché per vincere la sfida del futuro, dell’innovazione tecnologica, dei cambiamenti velocissimi e totali, sono necessari gli eroi. È un viaggio, quello raccontato da di Montigny, il viaggio dell’eroe. Un percorso interiore verso profondità in cui oscure resistenze vengono vinte e resuscitano poteri a lungo dimenticati per essere messi a disposizione della trasfigurazione del mondo.
Il viaggio non ha per scopo la conquista, ma la riconquista, non la scoperta ma la riscoperta.
L’eroe è il simbolo di quell’immagine divina e redentrice che è nascosta dentro ognuno di noi e che aspetta solo di essere trovata e riportata in vita. Perché i problemi vanno risolti a un livello di coscienza più profondo che quello in cui si sono manifestati.
È necessario mettere in circolazione, dare. Perché vivremo in eterno in quella parte di noi che avremo dato agli altri. C’è bisogno di tutti noi, e il fatto stesso di dare il nostro poco ci rende dei piccoli eroi.
Se gli si chiede di fare un esempio, se gli si chiede chi sia uno di questi nuovi eroi che abitano il nuovo mondo, Oscar di Montigny risponde solo leggendo le parole di una lunga lettera inviatagli da Lorenza, insegnante piacentina. Un’eroina vera: dopotutto gli insegnanti hanno quasi il dovere di essere eroi. «Ciao Oscar, non so se ti ricordi di me. Ho guardato le immagini del tuo viaggio a Nairobi e ho letto le tue parole. Da quando sono tornata in Italia ho cominciato a insegnare alle elementari, piano piano ho tracciato la mia rotta.

Ho scelto di insegnare, voglio essere e fare per loro la differenza. Ora insegno in una scuola pubblica di Piacenza che, per come vanno le cose da noi, è diventata il luogo in cui vengono accolti i bambini non italofoni appena arrivati in Italia. Qui, accade di accogliere in pochi giorni quattro bambini che non parlano ancora l’italiano in qualsiasi momento dell’anno. Qui, accade che altri bambini vengano trasferiti e poi ritornino in qualsiasi momento dell’anno. Qui, accade che i bambini imparino a odiare per sempre la scuola e lo studio. Inutile dirti che gli alunni italiani qui si contano sulle dita di una mano. È una scuola di frontiera, che pochi insegnanti scelgono e dove pochi insegnanti reggono. Non perché non siano motivati o capaci, semplicemente perché l’impresa pare troppo ardua, come fermare uno tsunami con sacchi di sabbia. Anche io stavo per cedere. Ma ho capito che se non posso fermare lo tsunami, posso cercare di sottrarre qualche vita alla violenza del maremoto e restituire a queste vite la loro dignità. Per me significa dare ai miei alunni la possibilità di scegliere la loro storia e gli strumenti per scriverla al meglio. E allora ho deciso che avrei fatto fare a questi bambini lo stesso percorso che avrebbero fatto gli alunni delle più prestigiose scuole private. Poco importano i muri sporchi e scrostati, gli armadietti rotti, la mancanza cronica di risorse. Ho deciso di essere LA risorsa, e di fare di ogni lezione un evento. Ho deciso che non avrei letto stupidi libricini in classe, ma alti ed educativi. Ho deciso che avrei fatto conoscere loro la migliore musica. Ho deciso che devono, perché possono, imparare l’italiano, la bella grafia. Ho deciso che avrei insegnato loro la meditazione. Inizialmente ho provato rabbia di fronte alle immagini del tuo viaggio. Mi sono chiesta che senso avesse andare così lontano, quando in alcune scuole pubbliche del nostro paese viviamo un fallimento epocale. Ho comunque scelto di mostrare le immagini ai miei scolari, e ho capito. I miei bambini si sono commossi di fronte a quelle storie e sono rimasti colpiti che qualcuno andasse lì in mezzo a regalare un libro. Poco a poco sono uscite le loro storie, i loro ricordi. Una valanga lenta ma inarrestabile. Fino a quel momento avevo pensato che non raccontassero nulla della vita passata semplicemente perché non possedevano gli strumenti linguistici adatti. Invece ho capito che non ne parlavano perché fa troppo male. La miseria, le baraccopoli, la guerra erano terribili, ma erano la loro casa e da lì sono stati sradicati. Si sono emozionati al pensiero che qualcuno si prendesse cura anche di quei bambini così lontani. Così abbiamo iniziato a immaginare un futuro in cui tutti i bambini avranno la libertà di viaggiare per scelta, non per necessità. Sai, Oscar? Nonostante tutte le difficoltà io quel futuro lo vedo».

Anche questo incontro fa parte del ciclo “Ri-Vedere Matera”, i nove incontri che Centodieci, la piattaforma culturale di Banca Mediolanum, e la città Capitale Europea della Cultura 2019 hanno progettato per valorizzare tradizioni e identità in chiave innovativa e visionaria attraverso percorsi non solo fisici ma anche spirituali e culturali.

di Carmelo Benvenuto