Starlink è l’ecosistema di migliaia di nanosatelliti messo in piedi da SpaceX, il gruppo aerospaziale fondato e guidato dal multimiliardario Elon Musk. L’obiettivo del colossale progetto è costruire una megacostellazione satellitare nell’orbita bassa della Terra, un’impressionante ragnatela per consentire a chiunque sul pianeta, anche negli angoli più sperduti, di collegarsi a internet a velocità notevoli

Fino allo scorso anno la Fcc, la Commissione federale statunitense per le telecomunicazioni, aveva autorizzato qualcosa come 12mila satelliti del programma, che dovrebbe arrivare ad almeno 30mila oggetti. Al momento siamo a oltre 2mila satelliti lanciati con successo dal 2018 e a diversi stadi di funzionamento. Per una prima, completa copertura globale ne serviranno almeno 4.400. Il traguardo dei 2mila dispositivi è proprio della metà del mese scorso: a portare in orbita l’ultimo gruppo da 49 satelliti il solito razzo Falcon 9 della società madre il 18 gennaio.

Di fatto ogni due settimane, considerando tuttavia i rallentamenti legati alla carenza globale di chip e al blocco delle catene internazionali di approvvigionamento di materie prime, SpaceX spedisce in orbita una sessantina di satelliti. Le connessioni internet Starlink sono in realtà già operative attraverso un programma di test su invito con alcune migliaia di persone in tutto il mondo e presto serviranno anche aerei e mezzi di trasporto. Ma non tutti sono entuasiasti del pachidermico progetto. Anzi. C’è un forte movimento contrario a questa rete che sta avvolgendo il pianeta: il programma è fortemente divisivo per l’osservazione del cielo, per il traffico che sta creando nell’orbita bassa terrestre e per una serie di altre ragioni. Vediamo quali.

Il rischio di collisioni

Come detto, sono già oltre 2mila i satelliti lanciati. Ma nell’orbita bassa ce ne sono già altre migliaia, di ogni dimensione e tipo, da quelli civili a quelli militari di cui si ha per giunta poca contezza. C’è anche moltissima “space junk”, rifiuti spaziali legati a satelliti abbandonati e razzi dismessi o frammenti staccati da altri oggetti spediti dall’uomo. A dicembre, per esempio, la Cina si è rivolta alle Nazioni Unite, in particolare all’ufficio per gli affari dello spazio extra-atmosferico, perché la sua stazione spaziale in fase di costruzione, Tiangong, è stata costretta a effettuare delle manovre proprio per evitare l’impatto con due di questi nanosatelliti. Molte altre agenzie e organizzazioni si sono espresse in questo senso. Lo scorso agosto un esperto del settore aveva spiegato a Space.com che i satelliti Starlink sono coinvolti in quasi la metà degli “incontri ravvicinati” fra capsule, satelliti, dispositivi e oggetti che orbitano intorno alla Terra.

I problemi per il clima (e per l’ozonosfera)

C’è l’inquinamento luminoso che già a quota 2mila satelliti rende l’osservazione del cielo più complicata. Ma gli scienziati temono che i satelliti, attraverso i rifiuti che prima o poi creeranno e le sostanze chimiche che rilasceranno in atmosfera, possano addirittura compromettere la chimica dell’alta atmosfera. Un altro problema riguarda la combustione dell’alluminio dai satelliti morti. Tutte queste conseguenze, in cui i satelliti del fondatore di Tesla sono o saranno prima o poi coinvolti, potrebbero infine produrre effetti ancora tutti da calcolare sull’ozonosfera, lo strato dell’atmosfera in cui si concentra la maggior parte di questo gas serra in grado di trattenere e assorbire parte dell’energia proveniente direttamente dal Sole, in particolare le radiazioni a bassa lunghezza d’onda (o alta frequenza) nocive per la vita. 

Addio libera osservazione del cielo

SpaceX ha in mano al momento oltre la metà di tutti i satelliti attivi che orbitano intorno al pianeta. L’elevata riflettività di questi dispositivi sta riempiendo il cielo di luce artificiale, una maledizione per l’osservazione del cielo sia amatoriale che professionale. Secondo una simulazione realizzata da un team di astrofisici canadesi, presto un oggetto su 15 fra quelli visibili alzano lo sguardo all’insù sarà un satellite. E, appunto, in un caso su due, sarà un satellite targato Musk. Se è vero che il colosso ha lavorato proprio per ridurre il problema della riflettività, per gli esperti non basta. Secondo previsioni neanche troppo pessimistiche, considerando i 30mila starlink, presto potrebbero non esserci più luoghi, nel mondo, dai quali osservare il cielo possa garantirci una porzione priva di inquinamento luminoso o intromissioni satellitari.

Più complessa la sorveglianza di comete e asteroidi 

Starlink non sta solo rovinando l’osservazione per gli amatori. Gli astronomi temono infatti che i satelliti possano rendere più difficile individuare gli asteroidi vicino alla Terra. E dunque anche il lavoro di controllo e sorveglianza come quello che, in Italia, svolge l’Agenzia spaziale europea con il Near-Earth object coordination centre (Neocc) che ha sede all’Esrin di Frascati, vicino Roma. Destinato a mappare e seguire i cosiddetti “near Earth objects”, corpi celesti (comete e appunto asteroidi) le cui orbite si avvicinano a quella terrestre, quindi potenzialmente pericolosi per il pianeta. In particolare, una delle più profonde preoccupazioni è il numero di dispositivi in orbita. Un altro riguarda le scie di luce che producono, che possono appunto confondere le osservazioni effettuate dai telescopi che “pattugliano” il cielo. Secondo un nuovo studio queste scie appaiono in circa un quinto delle immagini scattate dallo Zwicky Transient Facility, un’indagine astronomica osservativa del cielo ad ampio campo che utilizza una fotocamera avanzata collegata al telescopio Samuel Oschin situato presso l’osservatorio di Palomar in California, Stati Uniti. Un quadro destinato a peggiorare con l’aumento degli Starlink mandati in orbita.