L'empatia è un muscolo, ricordiamo di allenarla ogni giorno

L’empatia è un muscolo, ricordiamo di allenarla ogni giorno

Luciano Canova

Laurea e PhD in Economia, Luciano Canova si occupa di economia sperimentale, di qualità della vita e felicità. Collabora con diverse testate di divulgazione scientifica come lavoce.info, GliStatiGenerali, Infodatablog,...

Tendiamo a sottovalutare l’importanza dell’empatia nelle nostre relazioni, anche lavorative, spesso concentrandoci soltanto sugli aspetti negativi delle stesse: avere un collega psicopatico o narciso, per esempio. I tedeschi scomoderebbero il vecchio concetto romantico della schadefreude, addirittura, quella sorta di godimento compiaciuto nel vedere le sofferenze altrui.

Eppure l’empatia è una skill fondamentale, oggigiorno, per costruire e rafforzare legami in una realtà complessa e dinamica; per consolidare la propria reputazione e comprendere le ragioni delle decisioni altrui.

Ma che cos’è, l’empatia?

Diciamo che ci sono due possibili accezioni da tenere in conto: una è più cognitiva – razionale, e riguarda la capacità di analizzare un contesto in prospettiva, vale a dire di pensare a come si sente una persona in una certa situazione. Le emozioni che prova, i pensieri che fa, le motivazioni che la guidano verso una certa scelta.

L’altra, invece, direttamente collegata alla prima, è più esperienziale-emotiva. Empatizzare significa appunto reagire con un’emozione a quella di un altro: sentirsi triste quando un amico/un’amica è triste; provare compassione per il dolore degli altri. Biologicamente, sono in azione anche i mitici neuroni specchio, che ci consentono di provare fisicamente la stessa sensazione di dolore che osserviamo negli altri.

Ora, diciamo che allenare l’empatia come un’abilità cognitiva non è una cattiva idea, per vari motivi.

Metterci nella prospettiva degli altri è utile non tanto per abbracciarne opinioni e convinzioni: possiamo benissimo rimanere in disaccordo con una persona con cui empatizziamo, ma comprenderne a fondo le ragioni che la spingono a una decisione in luogo di un’altra.

E i consigli da seguire sono semplici ma anche fondati scientificamente:

  1. ascoltare, ascoltare e ascoltare: limitare il proprio ego e la tentazione di esprimere giudizi per cogliere appieno l’esperienza dell’altra persona
  2. prendersi il giusto break dalle arrabbiature: spesso, vivendo a stretto contatto con un collega o una persona con cui abbiamo una relazione, il sentimento prende il sopravvento e la rabbia, anche, ci impedisce di valutare lucidamente l’oggetto del contendere. Può sembrare banale, ma empatizzare significa anche distaccarsi dal proprio ingombro emotivo
  3. fare utilizzo (parsimonioso) delle proprie esperienze: se un amico chiude una relazione e noi siamo già passati attraverso quel dolore, senz’altro può essere utile per confortare e comprendere il mondo emotivo di quella persona. Allo stesso tempo, la nostra esperienza personale non può essere soverchiante rispetto a quella altrui e alle sue peculiarità
  4. tenere conto del contesto: se diamo un appuntamento a un collega per una riunione e quello arriva in ritardo, magari con i calzini spaiati, siamo tentati di giudicare subito la persona sulla base di questi segnali. Quando, però, capita a noi, siamo velocissimi nel trovare una giustificazione: la metro era guasta; non ho trovato parcheggio; la sveglia non ha suonato

Forse il consiglio più utile è quello che suona anche più ovvio: mettersi nei panni dell’altro/a.

Eppure c’è uno studio interessante che mostra quanto leggere bene questa frase sia di capitale importanza.

Ci possiamo mettere nei panni di una persona provando a immaginare come quella persona si sente, in un certo contesto. E possiamo metterci nei panni della stessa persona pensando a come NOI reagiremmo nella medesima situazione.

È una modalità molto diversa e gli esperimenti danno risultati chiari: nel secondo caso, pur riuscendo a empatizzare con la persona oggetto della relazione, si genera anche un senso di angoscia che può sfociare in decisioni egoistiche.

Alleniamoci, dunque, a un’empatia razionale, per paradossale che possa sembrare il termine. In fondo, non è troppo diverso da un muscolo che, a furia di correre, si distende e prende il giusto ritmo.

Adam Smith scriveva una cosa bellissima: la comunità umana è come un’orchestra che, continuamente, tenta di accordarsi. Non è il concerto che conta ma, piuttosto, la ricerca dell’accordo attraverso la simpatia. Usare noi come ancora di tale abilità può essere stonato, mentre abituarci a calzare le scarpe degli altri è una strategia in grado di farci crescere ed essere persone migliori.