Attento a come parli! Il nostro linguaggio modella il nostro mondo

Attento a come parli! Il nostro linguaggio modella il nostro mondo

Stefano Besana

Stefano Besana è Digital Enterprise e Social Business Strategist. Lavora da oltre 5 anni nell’ambito della Social Enterprise, del Social Media Marketing, dell’Innovazione collaborativa e dell’Enterprise 2.0...

“Ci sono pensieri che appartengono a una sola lingua”, con queste parole lo scrittore polacco Stanislaw Jerzy Lec sottolinea in modo brillante il fascino di apprendere una lingua non propria e mette bene in evidenza in che modo il nostro mondo possa essere filtrato dalla lingua (e dalle parole) che utilizziamo per comunicare e, soprattutto, per articolare i nostri pensieri.

Saper comunicare, saper dare un nome alle nostre emozioni, saper trasmettere agli altri il nostro pensiero in modo definito e comprensibile, ci definisce e ha un impatto molto forte sulla nostra capacità di individuare veramente e autenticamente quello che desideriamo. Una riflessione che è alla base di quella felicità che i giapponesi chiamano ikigai, un obiettivo specifico che siamo capaci e in grado di raggiungere verso il quale direzionare il proprio slancio vitale relazionandolo al tempo stesso a ciò che serve alla comunità e che fa piacere agli altri.

Ma non finisce qui.

Come sottolineato dalla neurologa Doreen Kimura, le aree del cervello che controllano i movimenti precisi delle mani e il linguaggio sembrano essere le medesime. Questa scoperta, per quanto banale possa apparire a prima vista, ha mostrato negli anni una correlazione diretta tra la nostra capacità di costruire utensili e la nostra abilità nell’articolare parole e discorsi più o meno complessi. Lo sviluppo dell’umanità, in un certo qual modo, è – da sempre – fortemente legata allo sviluppo del linguaggio: un concetto molto interessante che sottolinea l’importanza che la lingua ha giocato nell’evoluzione dell’essere umano.

Non finisce qui però. La medesima riflessione si allarga anche al mondo delle organizzazioni, Edgar Schein, nel suo celebre lavoro sulle Culture d’Impresa, analizza come nella formazione della cultura e del modus operandi di un’azienda, il linguaggio e le espressioni che sono impiegate abbiano un ruolo cruciale. Il linguaggio di un’azienda rappresenta, quindi, uno degli artefatti fondamentali che influenza l’ambiente esterno e chi ne fa parte.

A livello ancora più ampio, posto che servano altre prove, il sociolinguista William Labov ha collegato il potenziale comunicativo allo strato sociale. Il potere che un gruppo di persone ha nel parlare non è un tratto stabile, ma qualcosa negoziato con gli altri ed è sempre in divenire, rappresentando l’influenza che si è in grado di esercitare sulla società e sul mondo. La lingua che le persone usano è la “coscienza pratica” delle loro azioni: di solito esplicita ciò che esse fanno e orienta la pianificazione delle loro scelte per il futuro.

In questo senso, possiamo fare un esercizio: proviamo a soffermarci un momento su quante nostre parole siano impiegate – ogni giorno – per descrivere stati d’animo negativi o anche solo per esprimere una lamentela. Non è difficile, per chi ha seguito la riflessione sull’importanza del linguaggio, comprendere in che modo questo possa avere un impatto (ovviamente negativo) non solo sul nostro modo di lavorare, ma su tutte le sensazioni e le emozioni che ci contraddistinguono penalizzando in modo evidente anche la nostra stessa felicità, o la sua ricerca.

Ripensare il linguaggio, essere maggiormente consapevoli delle parole che usiamo ogni giorno e in ogni nostra interazione, per quanto naif possa sembrare rappresenta uno dei cardini su cui lavorare per costruire un benessere personale – e organizzativo – migliore di quello a cui siamo abituati.
Fritjof Capra, nel suo The Hidden Connections sottolinea l’importanza che il linguaggio ha nel qualificare, orientare e definire con decisione il modo di pensare (vale anche il contrario).

Allo stesso modo un linguaggio basato sulla lamentela, su termini negativi penalizza il benessere personale e un modo di parlare dell’organizzazione gerarchico, burocratizzato, con termini obsoleti che insiste su concetti operativi più che una ricerca di senso complessiva penalizza l’adozione di modelli più innovativi ed efficaci.