L’importanza di farsi scivolare via di dosso le inutili tossine

L’importanza di farsi scivolare via di dosso le inutili tossine

Claudio Gagliardini

Cinquantenne, romano trapiantato a Cremona. Esperto, formatore e autore di testi su comunicazione, marketing, social media, tecnologia e cultura digitale. Progetta e cura strategie di marketing online per aziende,...

Dicono che i superficiali siano quelli che vivono meglio, perché poco o nulla li fa soffrire e tutto gli scivola addosso, come una lastra di vetro battuta dalla pioggia. Eppure basta guardarlo meglio quel vetro, quando esce di nuovo il sole, per vedere che non tutto è scivolato via. Le gocce d’acqua hanno lasciato segni di impurità e sporcizia, anziché pulire la superficie vetrata, cosa che soltanto l’acqua distillata potrebbe invece fare.

Non tutto ciò che è liquido può scivolare via e la “strategia del vetro” non sempre funziona. Il motivo è semplice: il segreto non è la superficialità, ma la capacità di elaborare una sana e consapevole rimozione delle scorie, facendo scivolare via ciò che non è importante o in qualche modo gestibile e affrontando a viso aperto ciò che invece lo è. Il segreto, se di segreto si tratta, è semmai quello di non fare mai come gli struzzi, guardando dentro e fuori di noi per poi affrontare ciò che può e che deve esserlo, lasciando andare il resto.

Piove a dirotto, ma non facciamone un dramma

Prendere le cose per il verso giusto è un’arte vera e propria e non per niente semplice da imparare. Molti hanno già una loro naturale predisposizione, che qualcuno chiama ottimismo, altri solarità o qualcosa di simile, ma nella maggior parte dei casi è la saggezza che deriva dall’età e dall’esperienza, a fare la differenza.

Ci sono molti modi per definire lo stato d’animo di chi accusa il colpo e finisce al tappeto; alcuni di questi sono pittoreschi e addirittura divertenti, come “stare in presura” o “andare in para dura”, ma il senso è più o meno sempre lo stesso. Chi è troppo preso finisce per vedere una realtà deformata e i suoi problemi ingigantiti. Peggio ancora, egli finisce per non distinguere più l’acqua dalle particelle di sporco o di calcare che in essa si nascondono, con la conseguenza di non riuscire più a farsi scivolare via niente.

Questo può accadere in seguito a un problema grave, ma anche per l’accumulo di stress, ansia, fatica e di piccoli acquazzoni temporali, che da soli non basterebbero per passare oltre il cappotto, ma insieme a tutto il resto ci annegano l’anima e ci mettono a letto per giorni, settimane o addirittura mesi.

Piove a dirotto, allora, e nemmeno il buon vecchionon può piovere per sempre ci sembra qualcosa in più che un vago auspicio, difficilissimo da realizzare. Ma non è così. Al contrario, la pioggia che cade può farci male fino quasi ad affogarci, ma è indispensabile per quel processo di rinnovamento di cui il nostro corpo, la nostra anima e il nostro cervello hanno un bisogno vitale.

Che non sia “tutto rose e fiori” è una grande e lapalissiana banalità, ma i cicli della natura ci insegnano chiaramente che non può essere sempre primavera e che, se lo fosse, non ci sarebbe spazio per gli altri fondamentali momenti di crescita e di rinascita cui tutto è soggetto e ai quali non possiamo sottrarci. Niente drammi, dunque, ma c’è da lavorare forte sulla consapevolezza, sulla capacità di razionalizzare e di individuare priorità, livelli di importanza e modalità di gestione di tutto quello che ci capita. In una parola: la capacità di affrontare, con coraggio, determinazione e lucidità.

Vitamine, anticorpi, tossine: distinguere per affrontare

Non tutto ciò che fa male è necessariamente agli antipodi del bene. Ce ne accorgiamo con il nostro corpo, quando andiamo in palestra o facciamo sport, soffrendo dolori di ogni genere a fronte di molti e vari benefici. Ce ne accorgiamo quando facciamo dei sacrifici, quando studiamo o lavoriamo forte, quando ci carichiamo di pietre per costruire qualcosa di buono per il futuro.
Quando cerchiamo di comprendere cosa sia bene e cosa sia male per noi, dunque, il dolore che stiamo provando non è necessariamente un indicatore affidabile. Questo non significa che dobbiamo ignorarlo, ma se vogliamo affrontare nel modo giusto quello che la vita ci riserva abbiamo il dovere e la necessità di analizzare e di comprendere. Come nella cura del nostro corpo, infatti, anche la nostra mente e la nostra anima hanno le loro vitamine, i loro anticorpi e le loro tossine, che vanno individuate e neutralizzate nel modo più celere e determinato possibile. Soffrire fa bene se genera anticorpi, se ci rafforza, ma è del tutto deleterio se il dolore che proviamo è causato da scorie e da tossine da smaltire.

Pesi sulla coscienza, sassolini nelle scarpe, rimorsi, rancori, invidie, complessi e fissazioni, solo per citarne alcune, sono senza dubbio tossine che dobbiamo eliminare. Esse ci portano inevitabilmente ad ammalarci, ci rendono peggiori di quello che siamo e in alcun modo possono aiutarci a risolvere i nostri problemi. Se non ne prendiamo coscienza e consapevolezza non saremo mai davvero liberi, né tanto meno potremo puntare verso quel meraviglioso traguardo che molti chiamano felicità.

Smaltire le scorie ed essere liberi

Un buon lavoro di consapevolezza è dunque il primo e fondamentale passo per lasciarsi alle spalle “presure” e “pare”, liberandosi dalle tossine e cambiando decisamente registro. Come fare? Con pazienza, intelligenza e applicazione. Viversi addosso è la cosa più facile che si possa fare, infatti, ma non giova a niente e a nessuno. Men che meno piangersi addosso o fare la vittima. Vivere appieno la propria esistenza è un’altra cosa e consiste nell’essere padroni di sé e delle proprie emozioni. Cosa difficilissima, ovviamente, senza la quale però tutto ci si attacca addosso.

Il dolore che proviamo, così come la rabbia, la frustrazione e ogni possibile sfumatura di nero e di grigio che ci rovina la vita è soltanto l’effetto di qualcosa che ci è capitato, non la causa. La causa siamo sempre e comunque noi, con le nostre decisioni, le nostre azioni, il nostro modo di vivere e di relazionarci con gli altri. Se soffriamo, ad esempio, perché qualcuno ha ottenuto qualcosa che noi vorremmo, ci stiamo facendo male da soli. Possiamo ottenerla anche noi, quella cosa? Allora dovremmo impegnarci per ottenerla, punto. Non possiamo ottenerla in nessun modo? La colpa non è nostra, non è di chi invece l’ha ottenuta e non è di chi la eroga o la rende possibile, se la sua scelta non deriva da una preferenza ma da una condizione oggettiva che ci impedisce di averla. La rabbia e la frustrazione, in questo come in moltissimi altri casi, sono tossine e scorie che dobbiamo smaltire il più in fretta possibile, perché non ci aiuteranno a risolvere il problema, ma ce ne creeranno altri, affossandoci sempre di più. Il dolore che proviamo, in questi casi, non è un sentimento positivo, che può aiutarci a migliorare. La paura che questo fallimento possa ripetersi in altri contesti non ci protegge né ci aiuta a non farci male di nuovo, ma ci limita in modo drammatico. Riprendendo l’esempio precedente, non stiamo infatti soffrendo per non aver ottenuto qualcosa, ma perché qualcun altro ce l’ha fatta e il nostro orgoglio si sente colpito e la frustrazione di non avere comunque i requisiti necessari aumenta il nostro disagio. Ci sentiamo falliti e perdenti senza esserlo davvero e senza guardare le infinite altre strade che potremmo percorrere, se solo la smettessimo di piangerci addosso. Sono queste le scorie di cui dobbiamo liberarci.

In linea generale, dunque, quello che ci deve restare addosso e che dobbiamo risolvere è il problema nella sua essenza, ammesso che sia davvero possibile risolverlo, lasciando scivolare via tutte le componenti aggiuntive e peggiorative. “Voglio una cosa e non posso averla” può legittimamente farci soffrire (anche se poi dovremo comunque farcene una ragione e voltare pagina), ma non dobbiamo per nessun motivo aggiungere altre fonti di sofferenza a questo dolore (es. un altro ci è riuscito e io no).