Il fattore H («honesty» e «humility») - Centodieci

Il fattore H («honesty» e «humility»)

Roberto Panzarani

Presidente dello Studio Panzarani & Associates e docente di Innovation Management. Ha sempre operato nel campo della formazione. Attualmente,  come esperto di Business Innovation, si occupa dello sviluppo di...

Il titolo apparso sul Wall Street Journal “I migliori leader sono capi umili” può senza dubbio apparire stonato nel nostro immaginario collettivo riferito all’idea che abbiamo del capo, ma diversi studi dimostrano che l’umiltà e l’onestà, il cosiddetto fattore H, sono tra le caratteristiche più ricercate in una leadership di successo. Pur tuttavia, l’atteggiamento che la maggior parte dei leader o delle persone influenti hanno nei confronti dei loro interlocutori è quello dell’arroganza, del “so tutto io”. I leader pensano che non si può essere umili e ambiziosi nello stesso tempo perché la convinzione sbagliata è far coincidere l’essere un capo con il dover dire cosa far fare agli altri. Ma lo stesso Edgar Schein, professore emerito alla Sloan School of Management del MIT e esperto di leadership culturale, ci dice invece che umiltà e ambizione vanno d’accordo e il termine per definirli è “humbition”, cioè l’umiltà al servizio dell’ambizione. Perché essere un leader umile, non significa essere vulnerabile, ma piuttosto un leader capace, che sa ottenere le idee migliori dalle persone giuste, non pretendendo di avere le risposte a tutte ma essendo in grado di saper anche chiedere.

È difficile trovare l’humbition, quando è la stessa società a celebrare la spavalderia, la presunzione e l’attenzione smisurata al sé. Lo si vede ovunque, nei comizi pubblici, in televisione, nelle aree urbane di condivisione ottiene più attenzione chi urla di più, chi fa sfoggio delle sue qualità, spesso discutibili e sono le stesse persone che pensano che umile significa sottomesso, invece umile non è chi pensa poco di se stesso, ma chi pensa poco a se stesso. Ed è proprio in questa accezione che si riconoscono le qualità di un buon leader proteso all’ascolto dei dipendenti, dei clienti e al lavoro collaborativo del suo team.

In uno studio di Martin Seligman, fondatore della Psicologia Positiva, ed autore del testo “Character, Strenghts and Virtues” l’umiltà viene caratterizza in questo modo:

  • un’accurata consapevolezza delle proprie capacità
  • l’abilità di riconoscere propri errori, gap, limiti
  • apertura a nuove idee, contraddittori, suggerimenti
  • un focus non esclusivo su se stessi
  • capacità di apprezzare il contributo altrui

I leader umili, quindi, utilizzano le loro conoscenze, le loro competenze e le loro esperienze per connettersi agli altri nel miglior modo possibile, generano fiducia, responsabilizzano i loro collaboratori, considerano i fallimenti come delle sfide da superare e sviluppano uno spirito di squadra, che conduce a dipendenti più felici e a maggiori profitti per l’azienda.

Angela Sebaly, co-fondatrice e CEO di Personify Leadership e autrice di “The Courageous Leader” (Wiley, 2017), aggiunge che i leader umili si concentrano sul quadro generale della missione e della squadra piuttosto che loro. “L’umiltà riguarda minimizzando il sé e massimizzando lo scopo più grande che rappresenta.” ha detto Sebaly “Quando pensi all’umiltà in questo modo, diventa una competenza vitale nella leadership perché sposta l’attenzione dall’Io al Noi. I leader con umiltà ci impegnano e ci danno un senso di identità e di scopo.”

“C’è un equilibrio che un leader deve colpire tra fiducia e umiltà. La fiducia non riguarda la spavalderia, ma la capacità di proiettare la presenza nella stanza, coordinare le azioni di altre persone e aiutare gli altri ad agire” ha detto Susan Bates, fondatrice dell’organizzazione di sviluppo della leadership Bates.

Un invito, dunque, in conclusione a riflettere che, forse, solo un bagno di umiltà ci potrà salvare.