Effetto Hawthorne: al centro le relazioni - Centodieci

Effetto Hawthorne: al centro le relazioni

Luca D'Elia

Nato nel 1978, laurea in Filosofia presso l’Università Statale di Milano, dal 2004 si occupa di formazione manageriale e comportamentale. Consulente, formatore, coach, ha finora lavorato per importanti aziende...

Il rapporto fra ambiente di lavoro e produttività è oggi ampiamente dimostrato. Così come conosciamo bene gli effetti positivi che relazioni sane, aperte e di fiducia hanno sul lavoro. Se oggi la concezione dell’organizzazione basata sulla centralità della persona è comunemente riconosciuta come di fondamentale importanza, le sue origini sono da rintracciare in una serie di celebri esperimenti compiuti dallo psicologo australiano Elton Mayo diversi decenni fa.

 

Gli esperimenti alla Hawthorne

Era il 1927, quando nella fabbrica Hawthorne della Western Electric di Chicago cominciarono degli esperimenti con l’obiettivo di misurare l’effetto della luce sulla produttività degli operai. I dipendenti vennero informati degli obiettivi delle ricerche, che miravano a far emergere i fattori in grado di contribuire ad una maggiore produttività e ad un maggior livello di soddisfazione dei lavoratori. Vennero costituiti due gruppi: il primo fu sottoposto a variazioni di intensità luminosa, il secondo continuava a lavorare sotto una luce costante. Con l’aumento dell’intensità della luce si notò un miglioramento della produttività. Ma il fatto singolare e del tutto inatteso fu che migliorava contestualmente anche la produttività del gruppo che lavorava con un medesimo livello di illuminazione. Ancor più strano, agli occhi dei ricercatori, risultava essere l’aumento di rendimento degli operai nonostante l’intensità della luce fosse diminuita. Era quindi evidente che, al di là delle condizioni ambientali, entravano in gioco altri fattori in grado di stimolare la produttività.

Numerosi furono successivamente gli esperimenti di Mayo, tra cui la ridefinizione del posto di lavoro, l’introduzione di pause, la riorganizzazione e la riduzione dell’orario, l’offerta di un pasto caldo gratuito. Tutte iniziative che fecero sentire gli operai valorizzati e degni di attenzione da parte dei supervisori, tanto da renderli effettivamente più partecipi e coinvolti nel processo produttivo. Emergeva così un vero e proprio “effetto Hawthorne”: l’aumento di produttività era correlata al ruolo di supervisione svolto da capi e ricercatori. L’attenzione dimostrata nei confronti dei lavoratori, che si erano impegnati maggiormente per soddisfare le attese dei ricercatori dimostrando le proprie capacità, aveva generato un incremento reale della produttività. La conclusione iniziale fu che i lavoratori si sentivano speciali, proprio per il fatto di essere stati scelti come caso di studio; e di conseguenza erano portati a svolgere con maggiore efficacia il proprio lavoro. Elton Mayo dimostrava così l’esistenza di uno stretto legame fra livello di soddisfazione dei lavoratori e produttività globale.

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Per verificare l’esistenza dell’Effetto Hawthorne, gli studiosi intervistarono i lavoratori, per comprendere quali fossero i fattori, a loro avviso, che avevano influito in maniera significativa sull’aumento della produttività. Secondo i lavoratori, il fattore decisivo che li aveva spinti ad essere più efficaci era da ricercare nel miglioramento delle relazioni interpersonali all’interno della fabbrica.

Dopo tanti anni, quali spunti può offrirci l’Effetto Hawthorne in termini di miglioramento della nostra efficacia professionale?

 

L’efficacia dell’Effetto Hawthorne

In primo luogo, occorre riconoscere che il buon funzionamento delle organizzazioni in cui lavoriamo dipende in gran parte dall’esistenza di relazioni sociali aperte, sincere, autentiche e solide. La collaborazione nasce dalla capacità di instaurare rapporti onesti e di fiducia con tutti coloro con cui siamo chiamati a lavorare. Tuttavia, per poter dare il meglio nel lavoro, per poter esprimere tutto il nostro potenziale, abbiamo bisogno di qualcosa in più. Come sostiene la psicologa e saggista Annie McKee, “abbiamo bisogno di sentirci considerati, e dobbiamo essere pronti a considerare gli altri. Inoltre desideriamo sentirci accettati per quello che siamo e avere la sensazione di lavorare in un gruppo, in un’equipe o in un’organizzazione di cui siamo fieri e che ci stimoli ad offrire tutto il nostro impegno”. I legami con gli altri ci fanno stare bene, ci aiutano a lavorare meglio. Sentirsi parte di un gruppo di persone che ci apprezzano e ci rispettano, persone cui possiamo ricambiare gli stessi sentimenti di apprezzamento, stima e rispetto, ci dona benessere. Collaborare in un clima positivo non solo contribuisce in maniera significativa ad una maggiore disponibilità ad esprimere le proprie opinioni e ad ascoltare quelle altrui, ma, come gli esperimenti di Elton Mayo hanno dimostrato, influisce positivamente sull’incremento della produttività.

In secondo luogo, l’Effetto Hawthorne mette in luce l’importanza del dedicare attenzione alle persone. Se avete dei collaboratori, potrete facilmente notare gli effetti positivi di un vostro comportamento teso al confronto diretto e sincero, ad una comunicazione aperta e costante, ad un ascolto attivo e partecipe. Tutto ciò li farà sentire considerati e importanti, e questo agirà sull’innalzamento dei livelli della loro motivazione. Potrete quindi verificare che tali aspetti hanno un’incidenza sulla crescita della produttività.

A distanza di quasi un secolo dai celebri esperimenti di Mayo possiamo confermare come una delle sfide del management del nuovo millennio risieda nel riconoscere l’importanza e la crucialità della dimensione relazionale del lavoro. Investire tempo ed energie per il miglioramento delle relazioni e del clima nei nostri ambienti professionali potrà realmente tradursi in un aumento generale della produttività.