Da sempre Michael Pollan si è occupato di natura: natura intesa come fauna, animali da cortile, tradizioni culinarie ed etica, ma anche intesa come flora, coltivazioni, giardini, wilderness, e perfino natura come elementi: in Cotto, il suo libro del 2013 poi diventato serie tv per Netflix, è diviso in quattro capitoli che corrispondono a Fuoco, Aria, Acqua, Terra. L’ultimo libro, uscito nel 2019, è in un certo senso sempre dedicato alla natura, ma un tipo di natura più sfuggente, mutevole forse: la mente umana, da un lato, le molecole delle sostanze psichedeliche, dall’altro. Per Come cambiare la tua mente Pollan ha indagato la storia, passata e presente, di Lsd e psilocibina, prevedendo il futuro più prossimo con l’aiuto di scienziati, ricercatori, psicologi e tutta una variopinta eppure interessante compagnia di appassionati.

Sintetizzata per la prima volta nel 1938 dallo svizzero Albert Hoffman, la Lsd è stata a lungo una sostanza legale e, soprattutto, tenuta in grande conto dalla comunità scientifica occidentale: con pochissimi effetti collaterali, e assunta in piccole dosi, aveva dimostrato in diversi test come fosse in grado di migliorare se non guarire patologie come depressione o dipendenze. Ma la sua fama uscì presto dai laboratori e, nelle mani di Timothy Leary, scalmanato psicologo, sperimentatore, attivista e forse anche guru, attirò presto troppe attenzioni sbagliate. Inserite nella “schedule 1” della Drug Enforcement Administration, la tabella per le sostanze pericolose, le sostanze psichedeliche sparirono in fretta dal mondo legale e dalla ricerca scientifica.
Negli ultimi anni, tuttavia, le cose stanno cambiando:

Pollan ha incontrato i nuovi terapisti e i nuovi ricercatori che, alla luce del sole e con fondi statali, stanno ricominciando a studiare i benefici di psilocibina, Dmt, Lsd e Mdma sulla mente di persone malate e, ed è questo uno degli aspetti più interessanti, medicalmente sane.

“Come cambiare la tua mente” è, infatti, nella sua versione originale un intraducibile gioco di parole in cui mind significa anche “idea”.

Pollan, seppur inizialmente refrattario all’esplorazione di ogni territorio che non comprendesse l’esistenza del suo solo materialismo positivista, con l’aiuto di terapisti psichedelici ha testato viaggi con tutte le sostanze, per scoprire una dimensione in un certo senso “spirituale”, forse mistica, con cui entra in contatto senza scetticismi. Così l’esplorazione la propria mente. È, questo, il simbolo del metodo di indagine giornalistica e letteraria che ha sempre caratterizzato la carriera di scrittore (o divulgatore) di Michael Pollan: approcciarsi con curiosità alla materia, informarsi, imparare, ascoltare, senza pregiudizi, senza fretta.

Pronti a cambiare idea, o a cambiare la propria mente.

Lo chiamano «dolce far niente», eppure, soprattutto negli ultimi tempi, ha comportato uno stigma negativo. Lontani come siamo da quell’elogio dell’otium ciceroniano, è scomparso non per assenza di tempo, quanto per il fatto che non si desideri trovarlo. Il tempo.

Eppure, come consiglia Chris Bailey, «l’ozio può essere un ottimo strumento per la nostra produttività, proprio perché se l’energia che ci serve per lavorare è esaurita, stremata, non avremo il carburante necessario per tutte le attività delle nostre giornate», dall’ufficio al fuori-ufficio. Si tratta di un enunciato che la lingua latina ha sintetizzato, attribuendo al termine otium la valenza positiva di “tempo libero speso per approfondire e nutrire la propria creatività”. Un momento che fa bene, quindi, per pensare, per riequilibrare noi stessi. L’idea che nel «dolce far niente» si viva in uno stato di rilassamento mentale, in una condizione di improduttività e pigrizia, è infatti una credenza adottata dalla società come verità assoluta, ma priva di basi concrete che la provino (ciò che è appurato, anzi, è che essere costantemente impegnati in qualcosa implica stimolare il proprio sistema nervoso senza concedergli momenti di riposo, dando adito a una serie di problemi di salute).

Salvarsi dal sovraccarico di informazioni, tutelare l’introspezione e la riflessione per evitare che diventino arti perdute è quanto consiglia Manfred Kets De Vries, professore di Leadership e sviluppo dell’organizzazione all’Insead, scuola di direzione aziendale francese. Perché «lavorare di più non significa necessariamente lavorare meglio».

E quindi proviamo a rallentare, riservandoci dei piccoli momenti di niente, capaci di ridarci la carica per fare tutto.

Qualche anno fa, un articolo di La Repubblica raccontava di una nave lunga come un viale che per un mese ha viaggiato dall’Asia all’Europa, senza il timone di legno e ottone ma un joystick piccolissimo e soprattutto con un equipaggio ristretto al minimo, di circa una ventina di persone. Per fare un’allusione cinematografica, da Moby Dick a Minority Report.

Quanto il web e la sempre più avanzata intelligenza artificiale incidano sulle nostre scelte, sui nostri comportamenti, arrivando persino a prevederli e a distinguere le nostre emozioni non è più utopia, ma una realtà sempre più concreta e, a tratti, invasiva, sia negli ambiti personali che professionali, come quando vengono chiamati in causa per decidere quali persone assumere.

«Un nuovo ordine economico che sfrutta l’esperienza umana come materia prima per pratiche commerciali segrete di estrazione, previsione e vendita (…); una mutazione pirata del capitalismo caratterizzata da concentrazioni di ricchezza, conoscenza e potere senza precedenti nella storia dell’umanità» cita Shoshana Zuboff, della Harvard Business School, nel suo saggio Il capitalismo della sorveglianza, approfondendo il concetto di capitalismo della sorveglianza che si muove in maniera invisibile ma invade e condiziona l’esistenza di tutti. Si chiamano “data exhaust” e sono tutte quelle informazioni lasciate dagli online che vengono usate per realizzare delle predizioni sul nostro comportamento.

Quando Amazon ha aperto le prime librerie fisiche a New York non ha posizionato i libri sugli scaffali in base a recensioni o premi, ma solo ed esclusivamente facendo riferimento alla media dei voti ricevuti sul suo sito internet e dalla recensione online di un lettore qualsiasi. Questa invasione tecnologica si è naturalmente allargata in tutti i campi e l’intelligenza artificiale, in particolare in ambito professionale, sarà utile non solo per generare nuove professioni e aggiornare i vecchi lavoratori, ma potrà mettere a disposizione delle risorse umane nuovi strumenti di analisi per individuare i dipendenti con più competenze, quelli da potenziare e i percorsi per far crescere nel complesso il proprio personale.

Se lo dice l’algoritmo dobbiamo crederci, ma fino a che punto dare fiducia cieca ad una correlazione statistica, non solo in termini di efficienza ma di decisionalità, delegando quelle capacità di analisi che appartengono al genere umano?

Vengono valutate le performance, su chi e quanto investire, quante persone si ammaleranno e di cosa, quali libri leggere, quali film vedere e quale musica ascoltare, oggigiorno tutto ciò che viene condiviso è anche ciò a cui si dà importanza e valore, anche a discapito di quel giudizio di qualità che prima apparteneva alle singole persone o in senso più ampio, a critici, letterati, studiosi.
Il controllo esclusivo dei Big Data da parte di alcune grandi organizzazioni tecnologiche controlla gran parte dei benefici economici determinando nuove forme organizzative e nuove condizioni di lavoro: siamo sempre più immersi in una società in cui sono e saranno sempre più gli algoritmi ad assumere nelle aziende. Siti appositi come LinkedIn, app per ordinare o scanner per essere identificati sono solo ciò che il mondo dell’AI mostra, ma le organizzazioni hanno rivoluzionato le loro metodologie di lavoro per migliorare continuamente i processi.
Farne a meno no, ma aumentare la propria consapevolezza su questa ulteriore rivoluzione informatica è un dovere per non essere equiparati a degli schiavi della tecnologia e recuperare quelle valutazioni e quelle riflessioni che sono proprie del genere umano. Una soluzione unilaterale non c’è, la tecnologia non poteva evolversi se non in questo modo, ma il compito di usarla nella direzione migliore è ancora nelle nostre mani.

Si calcola che la nostra mente produca circa 70mila pensieri al giorno e che buona parte di essi sfugga alla nostra consapevolezza. Questo effetto, in realtà, è tutt’altro che trascurabile, perché i pensieri influiscono sul tono emotivo e a loro volta le emozioni producono la spinta energetica e motivazionale ad agire. Agire, di riflesso, contribuisce a creare il mondo, dentro e soprattutto fuori e attorno a noi.

Cos’è la consapevolezza

La consapevolezza è, letteralmente, l’avere coscienza di ciò che proviamo, sentiamo, nelle sfere cognitiva, emotiva, corporea. La consapevolezza non implica necessariamente la comprensione: si può percepire con i sensi ciò che sta accadendo dentro o fuori di noi, ma non sempre se ne coglie il senso, la ragione ultima, il valore simbolico.
La consapevolezza si basa principalmente sull’osservazione e l’ascolto accogliente, aperto, non giudicante di ciò che accade, momento per momento.
Tutto ciò costituisce le esperienze che viviamo, di cui siamo testimoni. Proprio in virtù di questo molte filosofie orientali, tramite la meditazione, ad esempio, ci insegnano ad osservare con distacco, pace e serenità tutto ciò che ci accade.
Gli eventi, le circostanze, a volte possono essere modificate attivamente da noi, in parte o totalmente, altre volte no. In entrambi i casi, ciò su cui possiamo agire è il modo in cui le viviamo.
Pensieri ed emozioni, al contrario dei fatti concreti, sono solo pensieri ed emozioni, qualcosa a cui possiamo decidere di credere o meno. Vanno e vengono, ci attraversano di continuo. Noi non siamo responsabili delle emozioni e dei pensieri che transitano, ma abbiamo potere e responsabilità di decidere se e come, eventualmente, coltivarli attivamente e agire o non in base ad essi.
Se prendiamo emozioni e pensieri in modo troppo serio, la nostra vita, e con essa spesso anche la nostra persona, possono diventare molto pesanti. Se finiamo con l’identificarci troppo con le emozioni, le sensazioni, i pensieri rischiamo di perderci in essi.

Cos’è l’autoconsapevolezza

Si può individuare l’inizio dello studio scientifico dell’autoconsapevolezza nel 1972 con Shelley Duvall e Robert Wicklund e la loro teoria dell’autoconsapevolezza.
Secondo loro, quando focalizziamo la nostra attenzione su noi stessi, valutiamo e confrontiamo i nostri comportamenti attuali con i nostri valori e gli standard interni. Noi diventiamo autoconsapevoli in quanto valutatori obiettivi di noi stessi.
Nella loro visione l’autoconsapevolezza è una forma di autocontrollo.
L’interpretazione di Daniel Goleman dell’autoconsapevolezza si basa sulla conoscenza dei propri stati interni, le preferenze, le risorse e le intuizioni. In questo caso viene data maggiore enfasi al proprio mondo interiore, soprattutto ai pensieri e alle emozioni.
In realtà, nell’autoconsapevolezza conta non solo ciò che si vede, si sente, si percepisce, ma anche il modo in cui questo accade. Essere il più possibile spettatori accoglienti, benevoli, compassionevoli, non giudicanti può fare la differenza. Anche se non esiste un modo completamente oggettivo di osservare se stessi, evitare di giudicare può aiutare molto.
L’autoconsapevolezza non è il risultato di un accumulo di osservazioni, conoscenze, intuizioni, ma è come se ogni volta si ricominciasse da capo. Partire da preconcetti e conoscenze acquisite rischia di distorcere le nostre abilità di osservazione, rappresenta un filtro che orienta lo sguardo e seleziona gli stimoli.
L’autoconsapevolezza in questo senso aiuta a individuare come i nostri schemi mentali, le conoscenze acquisite, i preconcetti condizionano la nostra mente e il modo di interpretare la realtà e, volendo, a metterli in dubbio e superarli.

A cosa serve l’autoconsapevolezza

L’autoconsapevolezza è uno degli ingredienti fondamentali dell’intelligenza emotiva. La capacità di osservare il fluire delle emozioni e dei pensieri, ci aiuta a comprendere meglio noi stessi, gli altri e il mondo intorno a noi.
Essa ci aiuta ad essere più sereni, compassionevoli, nonostante le piccole e grandi avversità che si possono verificare, accresce il margine di libertà interiore e ci rende sempre più responsabili di noi stessi e delle nostre azioni. Ci permette di conoscere meglio non solo noi stessi ma anche gli altri, e di intrattenere relazioni più armoniche, empatiche e costruttive. Ci permette di diventare dei leader più efficaci e di avere più successo nella vita e al lavoro.

Come diventare più autoconsapevoli

Trascorriamo la maggior parte del tempo nella distrazione e nel non ascolto. Gli stimoli che provengono da noi stessi e dall’esterno sono numerosi e continui, tali per cui l’attenzione non riesce a recepirli tutti e ne filtra solo un numero assai limitato.
Secondo Matthew Killingsworth e Daniel T. Gilbert trascorriamo la maggior parte del nostro tempo in modo inconsapevole, comportandoci in modo schematico, routinario, con il minimo dell’attenzione necessaria. Procedendo con questi schemi è inevitabile che la nostra attenzione selezioni solo le informazioni pertinenti all’esecuzione delle azioni comprese nel programma o per la conferma dei pensieri che abbiamo nella mente.
Come se non bastasse tra la percezione presente di se stessi, degli altri, del mondo e il ricordo di essa vi può essere una differenza assai ampia, fino al 50%. Questo ha delle implicazioni sul nostro modo di pensare, provare emozioni, prendere decisioni, agire.
Non esistono modi comprovati scientificamente per coltivare la consapevolezza una volta per tutte, ma possono essere messe in atto delle strategie che ripetute nel tempo possono aiutarci a diventare più consapevoli.
Alcune di queste strategie possono essere:

• Ritagliarsi dello spazio per se stessi: prendersi del tempo completamente libero da impegni e stimoli in cui stare nel vuoto e nel silenzio può stimolare l’ascolto, l’attenzione, la consapevolezza.
• Praticare la meditazione: la meditazione si basa prima di tutto sull’attenzione e sull’ascolto accogliente, compassionevole, non giudicante del momento presente, con tutto ciò che accade, dentro e fuori di noi. Si può attuare nel modo classico, stando seduti, o sdraiati, ma anche svolgendo le normali attività quotidiane, camminando, mangiando, cucinando, sbrigando le faccende domestiche.
Tenere un diario: mettere per iscritto i propri pensieri, le emozioni, le sensazioni, le percezioni può aiutarci a contattare le parti più profonde di noi. Un diario, inoltre, si è visto che può aiutare a diventare più grati e felici.
• Imparare ad ascoltare: l’ascolto richiede la capacità di essere attenti, presenti, radicati nel corpo, capaci di osservare e ascoltare i segnali verbali e non verbali, di essere liberi dai propri pensieri o altro che potrebbe interferire in tale attività. Ascoltare se stessi è il primo e fondamentale passo per ascoltare anche gli altri.
• Assumere diverse prospettive di osservazione: saper osservare la realtà da diversi punti di vista, ascoltare le prospettive altrui, i feedback può aiutare a conoscere meglio sé stessi, gli altri, il mondo. Tutti abbiamo delle aree cieche e solo il confronto con gli altri ci può aiutare a fare luce su di esse.

La Giornata della Memoria si chiama così proprio perché è pensata per ricordare, per coltivare e facilitare il ricordo. Ma a cosa serve ricordare? La memoria non è una cosa scontata, va allenata e tenuta costantemente in considerazione nella nostra vita quotidiana, pena perderla e ricadere così negli stessi errori del passato. Sia i nostri, personali, che quelli dei nostri antenati. Il 27 gennaio la memoria di tutti noi va alle vittime dell’Olocausto, del nazismo e del fascismo.
Ma perché per ricordare uno dei crimini più ripugnanti commessi dal genere umano si è scelto proprio il 27 gennaio? Il motivo è che nello stesso giorno del 1945, ormai 75 anni fa, fu liberata la città di Auschwitz, in Polonia, e così fu anche scoperto il campo di sterminio destinato a diventare il simbolo del genocidio nazifascista.

Quel 27 gennaio, verso mezzogiorno, le truppe sovietiche varcarono i cancelli del campo di Auschwitz e trovarono migliaia di prigionieri in condizioni disumane: alla fame, molti di loro usati per esperimenti medici e sistematicamente torturati. Si stima che i sopravvissuti allo sterminio e salvati dai sovietici quel giorno furono circa settemila: pochissimi, purtroppo, rispetto al numero di quelli che invece lì, in quello stesso luogo, trovarono la morte, un milione e centomila persone. Sono numeri difficili da immaginare, forse persino impossibili da capire.

Quel 27 gennaio tra le persone liberate dalle truppe sovietiche c’erano moltissimi bambini. È anche attraverso la loro memoria che il ricordo dello sterminio nazifascista è potuto arrivare fino a noi nonostante revisionismi, complottismi e l’ascesa dei nuovi fascismi. Quei bambini, crescendo, hanno testimoniato, raccontato, spiegato e aiutato altri a capire un dramma storico tra i più atroci della storia recente. I loro ricordi, i loro racconti della diaspora dei loro cari, hanno funzionato da diario vivente di una tragedia, di un genocidio. E soltanto grazie al loro lavoro, a quello dei tribunali internazionali e degli storici il ricordo dell’Olocausto si è mantenuto vivo.

Ogni 27 gennaio, per questo, è una conquista. Una giornata internazionale della memoria che dobbiamo all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, che nel 2005 la riconobbe come tale dandole valore politico e istituzionale su uno dei tavoli più importanti della diplomazia mondiale.

Quello stesso 27 gennaio, tra quei bambini sopravvissuti al campo di concentramento di Auschwitz (ufficialmente il più grande omicidio di massa mai avvenuto in un unico luogo nella storia dell’umanità), c’era Liliana Segre. Era il 30 gennaio del 1944 quando, da Milano Centrale, Segre fu deportata insieme a suo padre Alberto verso Auschwitz. Aveva solo tredici anni, e una volta varcata la soglia del campo, suo padre non lo rivide mai più. E fu in quello stesso campo di sterminio che morirono anche i suoi nonni: tre generazioni vittime dello stesso crimine, quello della cancellazione del popolo ebraico e delle altre minoranze, dei dissidenti. La storia di Segre la racconta nei dettagli Liliana Picciotto, in un libro che si chiama, non a caso, Il libro della memoria.

La memoria serve a sentire le cose vicine, presenti, possibili. A questo serve. Ricordare eventi come l’Olocausto è utile ad essere consapevoli di un fatto agghiacciante ma reale: quell’orrore potrebbe succedere di nuovo. E l’unico antidoto al ritorno della malattia autoritaria e nazifascista è il ricordo.

Se oggi, ogni anno, partecipano alle commemorazioni all’interno del campo di Auschwitz delegazioni di rappresentanti delle istituzioni provenienti da tutto il mondo, è perché davanti al pericolo che una tragedia simile succeda di nuovo è necessario unirsi nel ricordo. Unirsi a prescindere da differenze di fede, di credenze politiche o di etnia. Il dramma di Auschwitz, infatti, non è una questione europea, non è nemmeno esclusivamente il simbolo dello sterminio degli ebrei, o esclusivamente degli omosessuali, o dei rom, dei disabili, dei dissidenti politici, dei comunisti. È un ricordo collettivo che trascende ogni appartenenza a minoranze, a stati o a comunità. Quella del 27 gennaio è la memoria utile a essere coscienti di quale orrore porta l’odio, di quali danni fa la segregazione, di quali atrocità implica la colpevolizzazione della divisività, l’estremismo ideologico, la guerra. I campi di concentramento dell’Europa Centrale sono il simbolo di questa volontà collettiva di ricordare, di non abbandonarsi all’oblio, alla visione del presente come qualcosa di slegato dal passato.

Nel suo primo libro, Giulia Cavaliere, critica musicale, costruisce una playlist di carta (ma esiste anche la versione podcast, pubblicata da Storielibere.fm e disponibile su Spotify) con le più belle, significative e originali canzoni d’amore italiane. La musica leggera è al centro di questa esplorazione che ha per protagonisti i più grandi artisti della nostra tradizione musicale, tra cui Tenco, Venditti, Oxa, Pravo, Jannacci, Rettore, De André, Mina, Fossati, Paoli, Baglioni, Cocciante e tanti altri, ma anche autori meno mainstream come Sergio Endrigo e Piero Ciampi.

Tormentoni e chicche da riscoprire, una selezione di brani del passato e del presente che rappresentano attraverso la musica e le parole le varie sfumature del sentimento amoroso, tra estasi e struggimento, delusione e dolore, noia e sorpresa.

Un viaggio musicale nella storia culturale e anche sociale italiana che inizia con Nel blu dipinto di blu, negli anni Cinquanta, e arriva sino al presente di Calcutta, Baustelle, Liberato e Thegiornalisti. Più di mezzo secolo di canzoni d’amore analizzate con cura attraverso l’interpretazione dei testi e le storie affascinanti che le hanno generate, un’antologia che nel suo svilupparsi dà forma non soltanto alle sfaccettature del sentimento amoroso ma restituisce con fedeltà la trasformazione dei contesti culturali respirati da chi le ha scritte, interpretate e anche ispirate. Una selezione inevitabilmente arbitraria, quella dell’autrice, e quindi, forse, proprio per questo, ancora più efficace, per la sua capacità di mescolare l’analisi critica, una selezione di gustosissimi aneddoti, e la visione intima, personale, emotivamente calda e coinvolta della voce narrante. Ma Romantic Italia (che è diventato anche un podcast), in un certo senso, è in grado di oltrepassare i suoi stessi limiti. Non è soltanto, infatti, una lettura piacevole, emozionante o deliziosa, ma è anche una macchina del tempo, un juke box in grado di riportare alla mente (e alle orecchie) una serie di canzoni dimenticate, ignorate, sconosciute o magari amatissime ma riascoltate con un orecchio rinnovato, che le parole di Giulia Cavaliere avranno reso più attento e sensibile.

Sembra un paradosso, ma decidere di trascorrere del tempo da soli può giovare alle proprie relazioni sociali, migliorare la propria creatività e fiducia e aiutare a regolare le proprie emozioni in modo da poter affrontare meglio le situazioni avverse, secondo gli esperti.

È ora di dire basta a quell’idea (in realtà comune soprattutto in Occidente) secondo cui il tempo passato da soli è di per sé un’esperienza negativa. «Non è che la solitudine sia sempre buona, ma può essere buona» secondo Thuy-Vy Nguyen, assistente professore nel dipartimento di Psicologia della Durham University, che studia la solitudine umana. Lo studioso di origini vietnamite ha aggiunto che, poiché la solitudine ci aiuta a regolare le nostre emozioni, può avere un effetto calmante che ci prepara a interagire meglio con gli altri.

Scegliere di fare le cose da soli, anche quelle che di solito si fanno con altre persone, come ad esempio andare al cinema, a cena fuori, a fare shopping o anche soltanto una passeggiata, può avere benefici mentali, emotivi e sociali, come dicevamo. Ma la chiave per raccogliere questi frutti positivi deriva dalla scelta attiva di passare il tempo da soli. In una cultura in cui spesso confondiamo l’essere soli per la solitudine, la capacità di apprezzare il tempo da soli ci impedisce di elaborare l’esperienza come una cosa negativa.

Migliorare l’identificazione dei momenti in cui abbiamo bisogno di solitudine per ricaricarci e riflettere può aiutarci a gestire meglio le emozioni e le esperienze negative, come lo stress e il burnout, ha affermato Emily Roberts, psicoterapeuta.

Dal 1967 a oggi, nei primi giorni di gennaio, la più conosciuta città del Nevada ospita il Consumer Electronics Show, da tempo conosciuto come il CES di Las Vegas. Si tratta della più grande fiera al mondo dell’elettronica di consumo dove vengono presentate tutte quelle tecnologie, idee e invenzioni che ambiscono a diventare realtà. Spesso sono talmente visionarie che non vedranno forse mai la loro realizzazione. Molte, invece, davvero finiranno per entrare nelle nostre quotidianità nel giro di qualche anno o addirittura di qualche mese.
Cosa che probabilmente accadrà al drone da selfie da molti citato come una tra le migliori novità dell’edizione 2020. In effetti sembra un dispositivo leggero, disponibile a poche decine di dollari anche su Amazon, gestibile con un’applicazione, che garantisce ottima risoluzione e video full Hd.

Essere entrati negli anni ’20, ci hanno fatto sapere i suoi inventori, significa, tra le tante altre cose, anche saper dire addio al decennio del selfie-stick che ci siamo abituati a vedere immancabilmente in mano a turisti di tutto il mondo, ma anche a semplici flâneur.

Ora, per ottenere selfie sempre più performanti, possiamo contare sull’ausilio dei droni. Tant’è che la compagnia americana che produce quello presentato a Las Vegas pensa a un mercato di riferimento composto dalle generazioni Millennial e Z che vogliono ottenere lo scatto perfetto, quello che riesce solo in congiunture astrali particolarmente favorevoli. Insomma, in un mondo in cui ogni giorno ci scattiamo cento milioni di selfie, come ci ha ricordato il direttore generale della compagnia nella presentazione del prodotto, trovare la giusta angolazione per mettere in risalto le nostre doti e le nostre bellezze mentre teniamo la fotocamera da soli, può essere difficile – e forse anche deprimente, aggiungerei. Perché allora non affidarsi a un drone che può farlo per noi?

Certo è un device divertente e in tal senso non c’è alcun giudizio morale su di esso, né l’intento di fustigare costumi consolidati, tuttavia non è certo questo quello che ho immaginato e immagino quando dico che è arrivato il tempo di ri-mettere l’uomo al centro. Non è questa l’applicazione pratica di quell’Umanesimo Digitale che ho individuato e ritengo essere lo spazio che si crea al crocevia tra quella che ho definito “Economia 0.0” e la tecnologia, intesa come la cifra della nostra epoca. Un’epoca in cui le potenzialità di un cambiamento globale non sono più ingabbiate nella classica dicotomia tra rivoluzione ed evoluzione, tra strappo fulmineo ma violento e modificazione democratica ma lenta, e in cui tutti quanti, dai singoli cittadini alle aziende agli Stati alle comunità scientifiche, possono giocarsela su un terreno nuovo: quello della “coopetion”.

Una delle parole che più mi emozionano, motivano, guidano, ispirano, è “servizio”. Una parola che, se incarnata da molti e condivisa per un bene maggiore – perché comune -, potrebbe essere risolutiva.

C’è bisogno della conversione finale di una massa critica di persone che decidano di consacrarsi a qualcosa di maggiore del solo sé stessi. Non è assolutamente una questione religiosa e nemmeno spirituale. Si tratta di vita pratica, tremendamente pratica. E perché ciò possa accadere, ho capito in questi anni che c’è un passaggio necessario per un vero e profondo cambiamento: bisogna sottoporsi a uno stato d’obbligo, cioè sottoporsi all’espressione di una visione maggiore della nostra e che ci possa orientare.
Il sistema non vuole il tuo miglioramento, la tua trasformazione. C’è allora un’unica via possibile per ricostruirsi un futuro altrimenti già deciso: guardarsi dentro. Quale è, dunque, quell’addestramento che ponga le proprie abilità, originarie o acquisite che siano, al centro della nostra esistenza, rendendole non più causa per un ennesimo momento di vanità ma facendole divenire dono per me e per gli altri? Come trasformare il bisogno di un costante riconoscimento dall’esterno per cosa si è o si crede di essere, e cosa si dà o si crede di dare, in pura gioia fine a sé stessa, liberandosi dal senso di inadeguatezza e dal veleno della recriminazione?

Dobbiamo rivalorizzarci guardandoci dentro. Non dall’alto.

Per Mario Cucinella Matera è una straordinaria fonte di ispirazione. «In questa data un po’ mitica del 2020, uno degli obiettivi che ci eravamo posti era raggiungere goal importanti sul tema ecologico» esordisce. «Volevamo de-carbonizzare, vivere nelle nostre città riducendo in maniera significativa le emissioni di CO2 e i consumi energetici». Tutto questo ci porta oggi a fare delle riflessioni su quello che saranno i prossimi anni, i prossimi decenni. Il punto, dunque, è: come facciamo a costruire con meno energia? Una domanda piuttosto complicata, visto che negli ultimi 250 anni questo tema non è stato davvero un problema nell’agenda politica dei paesi. Abbiamo costruito, consumato e vissuto, nei secoli seguiti alla rivoluzione industriale, pensando che l’energia fosse una fonte inesauribile.

Mario Cucinella – architetto, designer e accademico italiano, particolarmente noto per la sua ricerca nei confronti della sostenibilità ambientale degli edifici – accompagna Centodieci a Matera, nei consueti appuntamenti per il ciclo RiVedere Matera, immaginato insieme al Comune di Matera per la Città capitale europea della cultura 2019. Il nostro rapporto con l’ambiente, secondo Cucinella, è stato filtrato in questi ultimi secoli da un meraviglioso sogno, perseguito con grande determinazione, quello di affidarci alle macchine. Il risultato è che oggi abbiamo spezzato un ponte durato migliaia di anni, quello con la natura. Per quanto difficile, o complicata, la relazione con la natura costituiva l’unica risorsa che gli uomini avevano. «Ora che abbiamo bisogno di costruire edifici che non consumino energia e di vivere in città dove non si produce emissione di CO2, dobbiamo guardare al futuro, guardando indietro. Se guardiamo troppo avanti, rischiamo di perdere il filo del nostro viaggio. Dobbiamo ricostruire un ponte con la nostra storia, che la modernità ha in qualche modo interrotto».

La complicità con la natura era una forma di conoscenza del nostro passato che abbiamo perduto, certi che la tecnologia avrebbe coperto i nostri bisogni.

Il passato può forse insegnarci nuovamente la conoscenza del rapporto profondo di complicità che esiste tra gli edifici e l’ambiente circostante. Ricostruire questo ponte vuol dire, oggi, reinventare il modo di concepire e progettare. Matera è in questo senso emblematica, per Cucinella. Lo sguardo che vedeva i Sassi di Matera con un filtro deformante. «Matera era una vergogna perché rappresentava una cultura arcaica e contadina, e noi allora volevamo diventare operai industriali: volevamo entrare in un’altra era».

Ricostruire questo ponte con il passato, invece, è oggi essenziale a capire come sia stato possibile, per tutti questi secoli, ad avere un rapporto di complicità con l’ambiente. Da Matera può idealmente partire un grande viaggio che consenta di ripercorrere questa lunga storia. «Il rione Sassi infatti rappresenta un complesso sistema di bio-architettura basato su processi di riciclo e assenza di consumi. La roccia permette a queste strutture di avere un microclima che risente pochissimo degli sbalzi termici esterni. In più, un sistema evolutissimo di canali di scolo e cisterne per la raccolta e la conservazi
one delle acque meteoriche.» Esempi simili ci sono in tante zone del mondo, un viaggio che ci porta in Cina, nel deserto ma anche in Islanda.

Ma dove ci porta questo viaggio? Da Matera sembra che ci conduca verso il passato. «In realtà, ci sospinge a farne un enorme serbatoio di ispirazione per i nostri obiettivi dell’oggi, a guardare avanti e immaginare nuove modalità per il futuro, a ripensare il rapporto tra edificio e ambiente e quindi elaborare strategie per rendere davvero sostenibile il nostro mondo urbano nei prossimi decenni» conclude Cucinella. L’obiettivo diventa oggi trarre ispirazione dalla profonda complicità che il costruito e la natura hanno avuto nel tempo per creare edifici “intelligenti” – tramite il ricorso, ad esempio, a materiali “intelligenti” e al loro sapiente assemblaggio e utilizzo – in grado di comprendere il contesto in cui sono collocati e di re-instaurare l’antica e profondissima complicità, oggi purtroppo perduta, tra uomo e natura.

Carmelo Benvenuto

Il clima, di solito brutto, l’effetto delle vacanze, ormai passato, e la sensazione che i nostri piani e propositi per il 2020 non si stiano realizzando. Questi elementi hanno portato, nel 2005, un certo Cliff Arnal a scrivere un comunicato stampa (per la compagnia di viaggi Sky Travel) dove aveva calcolato il terzo lunedì di gennaio come “il giorno più deprimente dell’anno”, attraverso una complicata formula che di scientifico ha poco ma che ha preso piede, tanto da far entrare istantaneamente il Blue Monday nella cultura pop. Come possiamo prepararci per superare questa giornata? Ecco alcuni consigli.

Circondiamoci di persone a noi care

È possibile che il 7 gennaio siamo stati costretti a lasciare la famiglia e la nostra città natale per ritornare alla routine lavorativa, perseguitati da una leggera nostalgia per le nostre origini. Se il sentimento dovesse acutizzarsi, quello che possiamo fare è riunirci con i nostri affetti, anche con una lunga telefonata ai nostri genitori, o ad amici che non vediamo da un po’. Oppure invitiamo a pranzo delle persone a noi care, preparando dei piatti che ci cucinavano da piccoli, e guardiamo il nostro film preferito. Ce lo suggerisce anche il famoso sito di lifestyle RedOnline: «Make a plan to see friends and family and cook a comforting meal». Insomma, proviamo a organizzare qualcosa che “faccia casa”.

Facciamo quello che dobbiamo

Un altro modo di scacciare la tristezza da Blue Monday è quello di adempiere a un compito o a una mansione che dobbiamo fare da un po’, che abbiamo procrastinato, ma non abbiamo avuto mai voglia o tempo. Riordinare un vecchio armadio, ridipingere casa, sistemare delle faccende burocratiche: questo ci aiuterà a liberarci di un peso e a sentirci quindi più leggeri, in attesa che passi “il giorno più triste dell’anno”.

Facciamo quello che vogliamo

Come ha detto la psicologa e psicoterapeuta torinese Federica Casale, suggerendo all’Ansa cinque regole d’oro per affrontare il Blue Monday (e tutte le giornate in cui ci sentiamo giù), «è importante mantenere qualche abitudine piacevole che ci aiuti a staccare dai sentimenti negativi, siano quattro passi dopo il lavoro, un bagno caldo, un film divertente o qualche pagina di un libro che appassiona». Possiamo anche spingerci un po’ oltre, facendo qualcosa di particolare che vogliamo fare da un po’, come andare alle terme o giocare a paintball con gli amici.

Prenotiamo una vacanza

Sempre l’Ansa riporta come il giorno dopo il Blue Monday sui siti web di viaggi si verifica, da un po’ di anni, un picco di prenotazioni. Se le finanze ce lo permettono, un ottimo modo per scacciare il cattivo umore è proiettarci alla prossima vacanza, prenotandola. Si può fare un weekend in una capitale, ma anche qualcosa di più semplice e a chilometro zero, come due giorni in qualche borgo o nella natura italiana, in un agriturismo. Il solo pensiero della vacanza segnata sul calendario migliorerà sicuramente la situazione.

Iscriviamoci a qualcosa

Quando abbiamo fatto dei piani per il 2020, abbiamo pensato di imparare una nuova lingua, uno strumento o di iniziare un nuovo sport. Sono le cose che si dicono, quando si pensa a un anno nuovo. Ma spesso non vengono messe in pratica, provocando in noi brutte sensazioni. E allora, proprio nel giorno più deprimente dell’anno (secondo la formula di Arnal), perché non prendiamo in mano la situazione e ci iscriviamo a un corso per imparare quello che ci eravamo prefissati? Sarebbe una scarica di adrenalina ideale da opporre al Blue Monday.

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