Ri-costruisciti un futuro altrimenti già deciso: guardati dentro

Ri-costruisciti un futuro altrimenti già deciso: guardati dentro

Oscar Di Montigny

Chief Innovation, Sustainability and Value Strategy Officer di Banca Mediolanum; AD di Mediolanum Comunicazione; ideatore di MCU, Mediolanum Corporate University. È editorialista, blogger, divulgatore e speaker...

Dal 1967 a oggi, nei primi giorni di gennaio, la più conosciuta città del Nevada ospita il Consumer Electronics Show, da tempo conosciuto come il CES di Las Vegas. Si tratta della più grande fiera al mondo dell’elettronica di consumo dove vengono presentate tutte quelle tecnologie, idee e invenzioni che ambiscono a diventare realtà. Spesso sono talmente visionarie che non vedranno forse mai la loro realizzazione. Molte, invece, davvero finiranno per entrare nelle nostre quotidianità nel giro di qualche anno o addirittura di qualche mese.
Cosa che probabilmente accadrà al drone da selfie da molti citato come una tra le migliori novità dell’edizione 2020. In effetti sembra un dispositivo leggero, disponibile a poche decine di dollari anche su Amazon, gestibile con un’applicazione, che garantisce ottima risoluzione e video full Hd.

Essere entrati negli anni ’20, ci hanno fatto sapere i suoi inventori, significa, tra le tante altre cose, anche saper dire addio al decennio del selfie-stick che ci siamo abituati a vedere immancabilmente in mano a turisti di tutto il mondo, ma anche a semplici flâneur.

Ora, per ottenere selfie sempre più performanti, possiamo contare sull’ausilio dei droni. Tant’è che la compagnia americana che produce quello presentato a Las Vegas pensa a un mercato di riferimento composto dalle generazioni Millennial e Z che vogliono ottenere lo scatto perfetto, quello che riesce solo in congiunture astrali particolarmente favorevoli. Insomma, in un mondo in cui ogni giorno ci scattiamo cento milioni di selfie, come ci ha ricordato il direttore generale della compagnia nella presentazione del prodotto, trovare la giusta angolazione per mettere in risalto le nostre doti e le nostre bellezze mentre teniamo la fotocamera da soli, può essere difficile – e forse anche deprimente, aggiungerei. Perché allora non affidarsi a un drone che può farlo per noi?

Certo è un device divertente e in tal senso non c’è alcun giudizio morale su di esso, né l’intento di fustigare costumi consolidati, tuttavia non è certo questo quello che ho immaginato e immagino quando dico che è arrivato il tempo di ri-mettere l’uomo al centro. Non è questa l’applicazione pratica di quell’Umanesimo Digitale che ho individuato e ritengo essere lo spazio che si crea al crocevia tra quella che ho definito “Economia 0.0” e la tecnologia, intesa come la cifra della nostra epoca. Un’epoca in cui le potenzialità di un cambiamento globale non sono più ingabbiate nella classica dicotomia tra rivoluzione ed evoluzione, tra strappo fulmineo ma violento e modificazione democratica ma lenta, e in cui tutti quanti, dai singoli cittadini alle aziende agli Stati alle comunità scientifiche, possono giocarsela su un terreno nuovo: quello della “coopetion”.

Una delle parole che più mi emozionano, motivano, guidano, ispirano, è “servizio”. Una parola che, se incarnata da molti e condivisa per un bene maggiore – perché comune -, potrebbe essere risolutiva.

C’è bisogno della conversione finale di una massa critica di persone che decidano di consacrarsi a qualcosa di maggiore del solo sé stessi. Non è assolutamente una questione religiosa e nemmeno spirituale. Si tratta di vita pratica, tremendamente pratica. E perché ciò possa accadere, ho capito in questi anni che c’è un passaggio necessario per un vero e profondo cambiamento: bisogna sottoporsi a uno stato d’obbligo, cioè sottoporsi all’espressione di una visione maggiore della nostra e che ci possa orientare.
Il sistema non vuole il tuo miglioramento, la tua trasformazione. C’è allora un’unica via possibile per ricostruirsi un futuro altrimenti già deciso: guardarsi dentro. Quale è, dunque, quell’addestramento che ponga le proprie abilità, originarie o acquisite che siano, al centro della nostra esistenza, rendendole non più causa per un ennesimo momento di vanità ma facendole divenire dono per me e per gli altri? Come trasformare il bisogno di un costante riconoscimento dall’esterno per cosa si è o si crede di essere, e cosa si dà o si crede di dare, in pura gioia fine a sé stessa, liberandosi dal senso di inadeguatezza e dal veleno della recriminazione?

Dobbiamo rivalorizzarci guardandoci dentro. Non dall’alto.

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