Anche la felicità può far crescere l’economia - Centodieci

Anche la felicità può far crescere l’economia

Federico Bastiani

Sono giornalista pubblicista, nato nel 1977 a Pisa e laureato in Economia aziendale. Ho scoperto la passione per il giornalismo dopo un viaggio a Buenos Aires e l’incontro con le Madri di Plaza de Mayo. Da quel...

Il professor Stefano Bartolini insegna Economia della felicità all’Università di Siena. Tiene conferenze in tutto il mondo ed è autore del best seller “Manifesto della Felicità” (Ed.Feltrinelli) dove analizza i meccanismi perversi della nostra società che portano all’infelicità, lo stress, le malattie. Bartolini individua nelle relazioni genuine la chiave di volta per la costruzione di una società del benessere. Oggi, in epoca di distanziamento sociale, le relazioni sono l’anello debole e dobbiamo rimettere tutto in discussione.

Professore, che impatto avrà la mancanza di relazioni nella popolazione più giovane? 
Moltissimi genitori sono stati sorpresi dalla resilienza dei giovani al confinamento; sembrano essere stati toccati meno di noi adulti.  L’amara verità è che questi ragazzi vivevano già confinati nelle loro stanze prima del Covid, passavano già gran parte del loro tempo online. I bambini in età prescolare sono quelli che hanno risentito di più dell’isolamento ma gli adolescenti non hanno subito alcuno shock e questo è preoccupante. È stata solo la conferma di un problema che avevamo prima e che se il distanziamento sociale si protrarrà nel tempo, avrà risvolti psicologici e sociali pesanti.

Da Professore Universitario, cosa pensa della didattica online? C’è chi pensa che la digitalizzazione del mondo della scuola sia stata un passo avanti e che dovremmo ripartire da qui senza cancellare quello che è stato fatto in questi mesi.
Un’opportunità che offre la didattica a distanza è di essere più inclusiva in un certo senso. Oggi l’Università la frequenta chi ha disponibilità economiche, la didattica on line consentirebbe di abbassare i costi di accesso all’istruzione. Da Professore aggiungo perché che la DAD non funziona, o almeno, dovremmo ripensarla in un modo ibrido. L’idea di apprendimento della DAD, di lezione frontale, è antiquata perché corrisponde a un travaso di conoscenza da chi ha il sapere verso chi non ce l’ha e questo è assurdo. Un tempo aveva un senso immagazzinare informazioni, la memoria era fondamentale per lo studio ma oggi abbiamo i motori di ricerca, che senso ha un’educazione basata sul trasferimento di nozioni? L’ideale sarebbe portare avanti in parallelo i due modelli, on line per ridurre i costi di accesso per chi non può permettersi i costi di una vita universitaria, e una didattica fatta di relazioni.

Il Covid sta causando uno shock economico. Molti analisti sostengono che tutto questo comporterà cambiamenti nella società consumistica, altri invece che non cambierà niente, sarà solo una parentesi, prima di riattivare il nostro sistema di consumo. C’è da osservare che in questo periodo di quarantena ci siamo improvvisati panettieri, parrucchieri, abbiamo riparato oggetti, abbiamo visto che un altro scenario economico forse è possibile.
Il Covid è un acceleratore di tendenze in atto ma ricordiamoci che la tendenza a riconsiderare il nostro modello economico, era già diffuso. Il Covid ha avuto una serie di effetti. Il tempo in primo luogo che è fondamentale per fermarci a riflettere. Poi abbiamo avuto modo di discriminare le cose importanti da quelle superflue, questo vale per le relazioni ma anche per le professioni. Abbiamo preso atto che le professioni meno pagate sono state quelle indispensabili e già questo indica l’assurdità del nostro sistema economico. È chiaro che la prima tendenza sarà quella di far finta di niente e ricominciare tutto come prima ma nel lungo periodo secondo me produrrà degli effetti che auspico vadano nella direzione in cui credo, cioè mettere al centro la qualità della vita, le relazioni, la riduzione delle disuguaglianze. 

Stiamo assistendo anche alla riconversione aziendale in smart working. Questo per le aziende avrà un notevole risparmio anche in termini salariali: potranno offrire salari più bassi perché non dovranno richiedere ai dipendenti di spostarsi a vivere in città costose. Tutto questo che impatto avrà per le relazioni che lei ritiene fondamentali per il benessere?
Sicuramente il fatto di non dover concentrare le persone nelle grandi città è un’incredibile opportunità. In Paesi come l’Italia sarebbe possibile rivitalizzare i centri rurali, i borghi abbandonati. Sono cambiamenti che vanno gestiti. Dovremmo cablare intere aree rurali e potremmo anche pensare di sacrificare le relazioni di lavoro per valorizzare le relazioni locali ma è un cambiamento che va organizzato. Veniamo da decenni dove le relazioni si sono sempre più ridotte, compriamo on line, adesso non dovremo più spostarci per andare a lavoro, tutto questo ha delle ripercussioni sociali ma è anche un’opportunità per ripensare le città.

A proposito di solitudini, in un suo recente articolo sul Sole 24 Ore, ha analizzato i dati sulle morti in Italia per Covid che ha toccato principalmente la popolazione anziana più di ogni altro Paese nel mondo.
È un paradosso perché siamo uno dei Paesi con la più alta longevità al mondo, ma allo stesso tempo si riducono sempre di più gli anni di vita sana, intendo quella libera da malattie invalidanti. Per farla breve, abbiamo un esercito di malati cronici. Anche il Giappone ha un’aspettativa di vita alta ma è altrettanto lunga il periodo di vita sana.Nel Paese del Sol Levante è normale vedere novantenni in giro in modo autonomo, da noi è normale vederli in carrozzina con una badante. E’ comprovato che una vita fatta di relazione riduce la possibilità di incorrere in malattie degenerative come demenza o Alzheimer. Investire in questo senso permetterebbe di risparmiare moltissimo sul sistema sanitario ma anche su quello sociale.

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