Ti sarà capitato di sentire frasi come: “Quella persona ha un talento musicale”, oppure “È un talento nella finanza (o nel public speaking)”. 

Quanta parte delle nostre abilità creative dipende dal “talento” e quanta dal nostro “allenamento”?

Cominciamo a capire che cos’è il talento.

La definizione che troviamo sul vocabolario è “capacità innata, disposizione naturale non comune” e “inclinazione dell’animo riconducibile al desiderio, al gusto o all’istinto”. Avere talento, in termini più semplici, significa riuscire a fare, facilmente, qualcosa che alla maggior parte delle persone appare difficile. 

Anders Ericsson, psicologo svedese, nel 1993 ha svolto un’interessante ricerca (“Il ruolo della pratica deliberata nell’acquisizione della performance di esperti”) per comprendere come facessero i grandi (musicisti, sportivi, giocatori di scacchi) ad essere così bravi nella loro disciplina.

Ha analizzato 257 giovani musicisti (principalmente violinisti e pianisti) che frequentavano il Conservatorio di Berlino e, con l’aiuto degli insegnanti, li ha suddivisi in tre gruppi:

  • il primo gruppo era formato dai violinisti migliori, quelli che suonavano meglio di tutti e che avevano le maggiori possibilità di avere una carriera nelle migliori orchestre;
  • nel secondo c’erano i buoni violinisti, non erano eccellenti come quelli del primo gruppo, ma erano dei violinisti di ottimo livello;
  • il terzo gruppo era costituito dai violinisti con prestazioni inferiori, più orientati alla carriera di insegnanti di violino che a quella di concertisti.

Ericsson e il suo team si sono chiesti che cosa caratterizzasse questi tre gruppi e, in particolar modo, che cosa avesse il gruppo dei migliori di diverso dagli altri.

Per prima cosa hanno esaminato le abitudini quotidiane dei giovani musicisti ed è emerso che tutti trascorrevano la maggior parte del tempo facendo musica. Si esercitavano, da soli o in compagnia, ascoltavano la musica, suonavano per divertimento, si esibivano in pubblico, prendevano e davano lezioni private. La musica era la loro attività principale e le dedicavano circa cinquanta ore a settimana (significa circa 7 ore al giorno, tutti i giorni, compresi sabato e domenica). 

Visto che non c’erano differenze nella quantità del tempo (impiegavano circa cinquanta ore sia i più bravi sia i meno bravi), i ricercatori si sono concentrati sulla qualità, cioè sul tipo di pratica e di esercizi.

Qui è emerso un aspetto interessante: i violinisti migliori consideravano esercitarsi da soli l’attività più importante per migliorare e si impegnavano, con esercizi specifici, per lavorare sui propri limiti e superarli. La pratica solitaria e mirata distingueva i violinisti dei primi due gruppi, che le dedicavano circa 24 ore alla settimana, dagli studenti del terzo gruppo, che le riservavano solo 9 ore. Insomma, i violinisti eccellenti dedicavano quasi il triplo del tempo alla pratica intenzionale. 

Restava, però, ancora un dubbio: che cosa distingueva il primo gruppo dal secondo? 

Ericsson ha intervistato tutti i violinisti e chiesto loro di ricostruire il numero di ore di pratica solitaria che avevano “accumulato” da quando avevano cominciato a suonare fino ai diciotto anni (età in cui erano entrati in conservatorio). I risultati sono stati illuminanti: i violini eccellenti avevano svolto più di 7.400 ore di pratica in solitudine; quelli molto bravi circa 5.300, mentre i musicisti meno brillanti appena 3.400 ore.

I ricercatori hanno concluso che l’elemento che influiva maggiormente sul successo dei violinisti era la pratica deliberata, solitaria, orientata a migliorare le proprie abilità. Il talento aveva un ruolo marginale. “Molte caratteristiche che si credevano associate a un talento innato” – hanno affermato – “sono in realtà il risultato di allenamento fatto nell’arco di almeno dieci anni”.

Anche altri autori, negli anni successivi, hanno sostenuto la maggiore rilevanza dell’allenamento rispetto al talento. Nel 2008 il sociologo Malcom Gladwell ha presentato, nel libro “Fuoriclasse. Storia naturale del successo”, la sua teoria delle 10 mila ore necessarie per raggiungere la grandezza. Nel 2009 il giornalista Geoff Colvin ha pubblicato “Talent is overrated” tradotto in italiano con il titolo “La trappola del talento. Da Mozart a Tiger Woods, è il duro lavoro a fare di te un genio”.  

Anna Maria Testa, nell’articolo “La pratica deliberata è tutto”, evidenzia che il successo sembra dipendere da tre fattori: “Dalla musica alle arti, alla matematica, alla neurologia, sembra che gli aspetti più rilevanti in termini di successo siano: la pratica intensiva, l’aver studiato con buoni maestri ed essere stati sostenuti con entusiasmo dalle famiglie. La quantità e la qualità della pratica restano comunque cruciali.”

Il talento è importante, soprattutto nell’accezione di “inclinazione, passione e desiderio”, ma la “pratica deliberata” gioca un ruolo centrale nel raggiungimento dell’eccellenza, cerchiamo di comprendere, allora, come possiamo utilizzarla per migliorare le nostre abilità creative.

Nell’articolo “Il successo senza formule” Anna Maria Testa la descrive così: “La pratica deliberata è qualcosa di profondamente diverso dal semplice allenamento: chiede una dose altissima di concentrazione e si focalizza non sul mantenere, ma sull’estendere costantemente le proprie capacità. Consiste nel continuare a forzare i propri limiti e nel lavorare in modo accanito sui punti deboli. Per riuscirci bisogna essere molto tenaci, molto esigenti e molto onesti con se stessi.

A questo punto ti starai domandando: “La pratica deliberata vale anche per migliorare le nostre abilità creative?

Chiariamo che cosa intendiamo per creatività.

Per molti anni è stata considerata una qualità misteriosa, quasi divina, riservata a pochi eletti (particolarmente intelligenti o fortunati), oggi, per fortuna, non è più così. Decenni di studi hanno evidenziato che la creatività è una abilità, posseduta, in maniera maggiore o minore, da ognuno.

Essere creativi, allora, significa riuscire a pensare “fuori dagli schemi” e creare qualcosa (che ancora non esiste) per risolvere un problema, per migliorare una certa attività, per generare condivisione e divertimento.

Recenti ricerche condotte su gemelli omozigoti (“The Nature of Creativity: The Roles of Genetic Factors, Personality Traits, Cognitive Abilities, and Environmental Sources”, 2016) hanno evidenziato che pensare creativamente dipende per circa il 33% dal nostro corredo genetico e per il restante 67% da ciò che sperimentiamo ed apprendiamo, insomma dalla pratica deliberata.

Gli elementi principali su cui concentrare il nostro “allenamento creativo” sono tre, secondo la ricerca “Componential Theory of Creativity” coordinata, nel 2012, da Teresa Amabile, docente di Entrepreneurial Management presso la Harvard Business School

1. Competenze tecniche: conoscenze, esperienze e abilità tecniche relative all’ambito in cui operiamo (comunicazione, consulenza, sviluppo prodotti, marketing, ecc.). Queste competenze rappresentano le “materie prime” a cui possiamo attingere, durante il processo creativo, per ideare proposte originali. Per allenare queste competenze dobbiamo studiare, aggiornarci, mettere in pratica, sperimentare, ecc. 

2. Atteggiamento mentale: stile cognitivo, apertura mentale, propensione al rischio, autoefficacia e perseveranza sono alcune delle abilità fondamentali per sviluppare un atteggiamento creativo. Queste abilità, integrate con tecniche di creatività, rappresentano gli strumenti che ci consentono di pensare “fuori dagli schemi”. Possiamo potenziarle attraverso giochi, esercizi e, soprattutto, tramite l’applicazione di tecniche di creatività per affrontare le problematiche che incontriamo nell’ambito lavorativo.

3. Motivazione: la motivazione intrinseca è ciò che ci sprona a svolgere un’attività per il piacere di farla, perché la consideriamo stimolante e sfidante. La motivazione estrinseca, invece, è ciò che ci spinge a fare un’attività perché ci aspettiamo una ricompensa in cambio. Riusciamo ad essere più creativi quando troviamo interessante, sfidante e appagante la sfida lavorativa che stiamo affrontando. Per stimolare la motivazione intrinseca possiamo valutare che cosa riusciamo ad apprendere svolgendo quel lavoro, quanto viene apprezzato il nostro contributo, quanto ci appassiona e ci sfida risolvere quel problema. 

L’aspetto della motivazione sembra essere il più importante dei tre: l’energia e la passione dei grandi creatori, descritte in modo vivido da biografi e ricercatori, sono collegate proprio alla motivazione intrinseca. Durante il processo creativo, poi, l’energia nel generare nuove idee stimola il pensiero divergente e rafforza la motivazione originando un circolo virtuoso.

Possiamo migliorare, in conclusione, le nostre abilità creative con impegno, costanza e metodo.

L’impegno vuol dire cominciare a dedicare 10 – 15 minuti a svolgere alcuni esercizi creativi (ne trovi diversi anche nel mio blog); costanza significa riservare nella nostra agenda uno spazio per allenare la creatività (l’ideale sarebbe tutti i giorni, ma anche 2 – 3 volte a settimana può andare bene); metodo consiste nel cominciare da esercizi più semplici e procedere verso quelli più impegnativi, fino ad applicare delle tecniche di creatività nella soluzione dei problemi quotidiani.

Come esorta una citazione (di un autore anonimo): ”Non bisogna aspettare un giorno migliore: lo si può creare”.