Perché "La fattoria degli animali" di Orwell è un'allegoria del potere?

Perché “La fattoria degli animali” di Orwell è un’allegoria del potere

Andrea Ponzano

Giornalista professionista. Ha scritto per l’Unità. Si occupa dei temi di attualità con la passione per l’approfondimento, il reportage e l’inchiesta. Ha pubblicato il suo primo romanzo “Come se esistesse...

Un futuro diverso. Sognarlo, non arrendersi e lottare per averlo. Perché la miseria può essere vinta, e le vessazioni sconfitte, bisogna crederci e lottare. Fino in fondo. Il Vecchio Maggiore, un maiale dalle lunghe zanne lo sa e nel suo discorso ne ‘La fattoria degli animali’ non si piega alla crudeltà dell’uomo ma reagisce, arringa la folla e si fa portavoce degli altri animali. Siamo in una fattoria padronale di un certo Jones, un uomo rozzo, alcolizzato e prepotente, situata in un luogo imprecisato dell’Inghilterra.  A far da sfondo è la notte. La solitudine che si cela dietro ogni dittatura. Le parole di Orwell sono tutte metaforiche.

“La fattoria degli animali” di Orwell è un’allegoria del potere 

Dalla sua penna si delinea il regime, l’allegoria della Rivoluzione russa che sfocerà nello strapotere dell’URSS di Stalin, un’ideologia, un notturno della ragione, che non è altro che oppressione, non è altro che notturno della volontà. Gli animali personificano i deboli, decidono di ribellarsi ai soprusi umani e si emancipano per creare una vita migliore fatta di pace e uguaglianza.  Così, in poco tempo, riescono a cacciare l’uomo dalla fattoria, e alla parete vengono affissi i Sette comandamenti:

1) Chi va su due gambe è nemico

2) Chi va su quattro gambe, oppure ha le ali, è amico

3) Nessun animale userà dei vestiti

4) Nessun animale dormirà in un letto

5) Nessun animale berrà alcolici

6) Nessun animale può uccidere altri animali

7) Tutti gli animali sono uguali

Un libro dei sogni? Un mondo nuovo?

Fin qui non c’è epilogo migliore. Ma è proprio in questa fase che Orwell delinea un quadro aberrante. Perché la rosea previsione di un futuro di equità e pace si spezza quando gli stessi maiali che avevano fomentato la rivoluzione, si impadroniscono del potere con la forza e diventano esattamente come i loro padroni emulandone tutte le atrocità.  E la massima del libro a questo punto diventa un vero e proprio comandamento: ‘Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri’.  Anche se le intenzioni all’inizio sono positive, nessuno riuscirà mai a debellare il desiderio di potere degli esseri umani e non, anzi maggiore sarà e più se ne sentirà il bisogno.

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Il tema della libertà

Ma per esserci ragione deve esserci critica, e per esserci critica deve esserci pensiero, libertà, cioè proprio ciò che i maiali non vogliono. La ragione nella Storia spesso non è riuscita a imporsi e ancora oggi è soppiantata da fanatismi e ottusità.  Ed ecco che alla fine del libro e di tante vite massacrate, il passo prima della morte – quella sì rivoluzionaria, perché liberatrice – quel passo che è la pensione, la pace, il riposo nel campo destinato al pascolo degli animali anziani, viene rubato della gola alcolista dei maiali, che scelgono di coltivarlo per produrre birra e alcool. E così non solo il cielo, ma anche l’ultimo gradino prima di andarci, viene rubato dai cuori e dai corpi dei sottomessi della rivoluzione. Non ci sarà mai riposo, il passaggio, nelle amare parole di Orwell, è dalla dittatura che è silenzio della vita, alla morte che è dittatura del silenzio.

La fattoria degli animali è un inno al ragionamento, all’individualismo, al buio che ci aspetta se non staremo all’erta, se smetteremo di ragionare, osservare e pensare solo con la nostra testa senza metterci in fila e confonderci con il gregge della massificazione.