Quella vocina nella testa non è un tarlo - Centodieci

Quella vocina nella testa non è un tarlo

Claudio Gagliardini

Cinquantenne, romano trapiantato a Cremona. Esperto, formatore e autore di testi su comunicazione, marketing, social media, tecnologia e cultura digitale. Progetta e cura strategie di marketing online per aziende,...

Capita a tutti di sentirla, quella vocina. Insistente, fastidiosa, stridula, alcuni la chiamano tarlo, altri paranoia, o fissazione. Un brusio di fondo che ci ruba la serenità, il tempo, la concentrazione. Spesso il sonno. Poco importa se sia il dubbio che il nostro partner ci stia per abbandonare, o che si veda con qualcun altro, o che ci tradisca.
Oppure se sia la paura di perdere il lavoro, che qualcuno parli alle nostre spalle, o di non essere stimati per ciò che valiamo. Poco importa, anche, se quel tarlo si focalizzi su una specifica e singola persona, su un gruppo di amici o di colleghi, su quel vago e imprecisabile conglomerato che chiamiamo “gli altri” o su qualcosa di ancora più indefinito.
Ciò che conta è che quella vocina è sempre lì, dentro la nostra testa, e non accenna a lasciarci in pace.

Perché sentiamo quella vocina?

Nella maggior parte dei casi questo avviene per periodi limitati e spesso per motivi concreti, più che per vere e proprie paranoie; ma a volte non è così e quella vocina è lì in modo permanente e senza una vera causa, come un ospite sgradito di cui non riusciamo a liberarci. Quando è così il disagio che crea è qualcosa di profondo, che non possiamo e non dobbiamo sottovalutare.
Quel tarlo non è un promemoria per qualcosa che dobbiamo fare, ma un campanello d’allarme che suona per farci capire che abbiamo un problema e che dobbiamo prenderne atto.
Del resto uno dei misteri più grandi dell’essere umano è proprio la nostra scarsa capacità di esplorare a fondo dentro di noi. Quando diciamo “chi può conoscermi meglio di me?” spacciamo una bugia pietosa, prima di tutto a noi stessi. Ciò che crediamo di conoscere, infatti, è solo il pallido riflesso della stratificazione di un enorme quantitativo di livelli, che vanno da quello biologico a quello culturale e che si confondono nel nostro cervello insieme a infinite sfumature di ricordi, sensazioni, stati d’animo, esperienze, paure.
Si tratta di un numero enorme di informazioni, che seppure fossimo in grado di raccogliere non riusciremmo ad elaborare e a gestire. Se lo fossimo potremmo ad esempio conoscere in tempo reale un’infinità di piccoli problemi di salute che in breve tempo se ne vanno via da soli, così come sono arrivati. Sapremmo inoltre che, pur guariti, le conseguenze di quegli episodi insignificanti potrebbero determinare ulteriori problemi, in presenza di particolari condizioni. Se ciò accadesse semplicemente non vivremmo più. Passeremmo il nostro tempo mortale a fare lo slalom tra infinite opportunità e rischi, preoccupandoci di tutti i livelli di cui il nostro essere è costituito e togliendo spazio all’essenza stessa della vita, che è il suo mistero e la sua imprevedibilità.
Per fortuna non arriveremo mai a questo punto, a meno di non voler davvero ibridarci con le macchine, impiantando nelle nostre menti massicce dosi di intelligenza artificiale, probabilmente senza la possibilità di limitare le sue sconfinate potenzialità.

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Noi siamo solo umani: mortali, finiti, fallaci, limitati. Ma è proprio in questi limiti che risiede la nostra umanità. Un miracolo che anche i tarli più odiosi riescono a mettere in evidenza e a far risaltare, se non ci ostiniamo a volerli tacitare prima ancora di aver capito cosa stanno tentando di dirci.
In molti casi, infatti, quelle vocine fastidiose altro non sono che stimoli ad investigare dentro noi stessi, alla scoperta di quegli aspetti del nostro essere che condizionano davvero le nostre percezioni e il nostro modo di vedere le cose. Un esempio lampante è quello degli amori non corrisposti, quando la nostra mente costruisce un gigantesco castello di illusioni e convinzioni facendoci credere che ciò che proviamo sia l’amore più grande che si possa provare, mentre è semplicemente il riflesso di una grande attrazione, intellettuale o fisica che sia e del bisogno di amare. In quel castello è rinchiusa la madre di tutte le bugie: siamo fatti l’uno per l’altra. Non che non esistano coppie perfette e del tutto compatibili, ma la vecchia storia della metà della mela è solo una romantica invenzione.
Esistono decine, forse centinaia di persone in tutto il mondo con le quali potremmo avere una bella storia d’amore o addirittura farci una vita assieme. Trovarne una o più è certamente una questione di fortuna e di circostanze, ma fissarsi con qualcuno perché abbiamo avuto il destino di trovarlo comodamente sulla nostra strada significa non essere capaci di ascoltare cosa ci sta dicendo quella maledetta vocina.
Qualcosa di semplice, addirittura di banale: hai bisogno di una storia d’amore e quello è il genere di persona che ti piace, punto. Niente di più. Non ci sta dicendo “o ti metti insieme a questa persona oppure non potrai mai essere felice”, ma più semplicemente “vedi che qualcuno che ti piace c’è? Sbrigati a cercarlo, adesso che sai più o meno com’è fatto”.
Ecco perché quelle vocine implicano sempre approfondimento e studio. Non sono lì per essere assecondate o per farci impazzire, ma per ricordarci che non dobbiamo mai illuderci di sapere tutto di noi.