La misura del tempo di Carofiglio: la distanza aiuta ad avere lucidità

La misura del tempo di Gianrico Carofiglio: la distanza aiuta ad avere maggiore lucidità

Corinne Corci

Nata a Milano, è una giornalista praticante. Dopo essersi laureata in Lettere moderne e aver lavorato come correttrice di bozze per Mondadori, ha frequentato la scuola di giornalismo IULM. Collabora con alcune...

Il protagonista Guido Guerrieri, insieme ai suoi collaboratori dello studio legale, affronta il processo di appello per la difesa di Jacopo Cardace, un giovane spacciatore figlio di un vecchio amore dell’avvocato. Guerrieri e Lorenza non si vedono dal 1987, e i colloqui per la strategia difensiva fanno riemergere dal passato tanti ricordi più o meno felici di quel periodo. «Molto più distante nel tempo dell’estate di ebbrezza in cui mi ero convinto di essere innamorato di Lorenza. Smisi di pensarci e andai oltre. Oltre quell’ubriacatura di infantilismo, di inconsapevolezza, ma anche, a momenti, di sfuggente dunque autentica, pura felicità». Perché con La misura del tempo, con cui Gianrico Carofiglio è stato candidato al premio Strega 2020 (dove è arrivato quarto), l’autore ritorna al tema della sua prima opera letteraria, Il passato è una terra straniera, in cui il tempo era inteso quale attore non protagonista che giungeva però a salvare il protagonista da sé stesso, creando una distanza tra il fatto e il giudizio. 

È il tempo che passa, inesorabile, che segna le vite e le cambia, mutando le esistenze radicalmente, portando a nuove dimensioni della vita, delle cose, dell’età, dei desideri. Così l’eroe principale, con tutti i vari protagonisti che lo accompagnano, non solo è intriso di quei valori etici e morali che sempre più sembrano essere perduti nella società moderna e che continuiamo a cercare, ma riflette sul passare dei giorni sin dall’incontro con Lorenza, come fosse un evento chiarificatore: nella donna che negli anni ’80 è stata per un determinato periodo la sua compagna, della lucentezza e della bellezza del passato non vi è più traccia. Di lei, insegnante precaria, non resta altro che una figura opaca, consumata dalla nicotina e dai debiti che ha dovuto contrarre per far fronte alle tante e ininterrotte spese legali necessarie per difendere Iacopo, il figlio che adesso è in prigione con l’accusa di omicidio e per il quale, ora, è a chiedere aiuto al vecchio amico ed ex fidanzato.

Quanto deve passare per riconsiderare lucidamente una questione? Quanto occorre al tempo per “sistemare le cose”, ammorbidire gli spigoli? Tema che diventa ancora più affascinante se decliniamo il discorso all’attività principale di Gianrico Carofiglio, il magistrato. Mettere spazio fra un evento e il suo giudizio vuol dire dilatarlo, spostarlo di significato e di senso. Comprenderlo. La narrazione alterna il racconto del periodo giovanile e soprattutto dell’estate trascorsa insieme alla madre dell’imputato, alla cronaca giudiziaria del caso penale, facendo emergere così come le cose siano cambiate nel corso degli anni trascorsi da quando Guerrieri era ancora un giovane praticante avvocato che si era buttato in quella storia come un ragazzo inesperto e ne era uscito uomo. Così: «L’invecchiamento non è un processo lineare. Così come il tempo non è un’entità lineare. Non è un’entità comprensibile. Nessuno lo capisce davvero. Nessuno è capace di definirlo. Provate a parlare del tempo senza usare alcuna metafora, dice un famoso linguista. Vi ritroverete a mani vuote. Il tempo sarebbe ancora tempo, per noi, se non potessimo sprecarlo o programmarlo? Possiamo solo dire qualcosa sul fatto che va grosso modo in una direzione e che la destinazione finale è nota», scrive Carofiglio nel suo libro.

Una riflessione sul tempo necessario per decifrare una zona del passato, su cui forse (spesso volontariamente) non siamo mai più tornati con la testa, senza renderci conto di quanto grande seppur magari sotterranea sia stata l’influenza che alcuni incontri hanno avuto su di noi. 

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