Albert-László Barabási, fisico rumeno, o, più propriamente, studioso delle reti come meglio viene definita la sua professione, con il suo nuovo libro The Formula: The universal laws of success (Little Brown and Co. – in italiano per Einaudi La formula. Le leggi universali del successo) fa riflettere se ci sia o meno correlazione tra meritocrazia e successo personale. Barabasi è sicuro che il successo non dipende solo dalla perfomance, da quanto la persona sia meritevole, perché buona parte del successo è dovuta all’apprezzamento della comunità in cui si opera. “Se vogliamo misurare il nostro successo o capire come saremo ricompensati alla fine, non possiamo considerare solo le nostre prestazioni o conquiste. Dobbiamo invece studiare la nostra comunità ed esaminare la reazione ai contributi che offriamo.” È il giudizio collettivo che dà luogo al prestigio determinando quindi il successo di una abilità artistica o professionale che sia: la perfomance è quello che facciamo, ma il successo è quanto la comunità apprezzi o ignori la nostra perfomance. E, sempre secondo Barabasi, i fattori che la comunità giudica sono indiscutibilmente i condizionamenti che si creano nel momento in cui si entra nella cerchia: classe, di genere, di etnia, provenienza.
La prima legge recita: “A portare al successo sono le prestazioni, quando però le prestazioni non sono misurabili, a determinare il successo sono le reti”.
Prima di Barabasi, comunque, il grande medico italiano Giuseppe Moscati diceva: “la mia riuscita non significa vittoria mia, ma vittoria di tutto un partito di amici, stretti l’un l’altro. Oggi l’individuo non ha più alcuna probabilità di successo, se non quando avrà compreso che deve fare parte di una catena, il suo merito consiste solo nel sapere scegliere la catena, di cui deve divenire un anello.”

Il successo arriva non solo se si ottengono meritatamente grandi perfomance, ma quando si riescono ad individuare presto e con chiarezza le proprie mete, che vanno raggiunte con costante energia e che, incontestabilmente, devono essere inserite in contesti dove vengono apprezzate e condivise.
L’influenza sociale entra di diritto, quindi, tra le componenti essenziali per avere successo.
Non c’è solo questo, però. Tre studiosi dell’Università di Catania (i fisici Alessandro Pluchino e Andrea Rapisarda e l’economista Alessio Emanuele Biondo) hanno determinato anche quanto nel successo entri in gioco forza la fortuna che molti sottovalutano. Il loro modello matematico, Talent vs Luck, studia i fattori base del talento (l’intelligenza, la capacità e la determinazione) che vengono poi influenzati, durante il percorso di carriera, nel bene o nel male, dalla fortuna.
“Una certa quantità di talento è necessaria per avere successo nella vita”, si legge nello studio, “ma quasi mai i soggetti più dotati sono quelle che raggiungono il maggior grado di successo venendo regolarmente sopravanzati da persone con talento mediocre ma sensibilmente più fortunate”. Importante sottolineare che lo studio non vuole in alcun modo demotivare i meritevoli ad impegnarsi sempre, ma è più una considerazione sull’abitudine di valutare il talento di una persona dai risultati che ha ottenuto, non pensando che questi hanno una buona dose di fortuna.
Se è difficile calcolare con indici prestabiliti il merito, entrambe le ricerche sicuramente ci dicono che per avere successo bisogna lavorare tanto, essere determinati, perseveranti, capaci ed avere buone idee e avere un buon network, il tutto sotto lo sguardo della dea bendata.