Dai un pesce a un uomo e lo nutrirai per un giorno; insegnagli a pescare e lo nutrirai per la vita.
Nella sua semplicità, questo famoso aforisma contiene una delle più valide suggestioni che si possano fornire alla nostra classe dirigente.
A pensarci bene, infatti, questa frase contiene un indirizzo fortissimo di gestione e crescita per un Paese: la crescita non arriva attraverso il sostentamento, ma attraverso una serie di misure che consentano ai cittadini di “migliorare” la propria condizione in modo stabile.
In una società come la nostra, questa condizione si può raggiungere soltanto attraverso una politica che presenti, nel medio periodo, una crescita in termini di formazione e di specializzazione delle risorse umane, associata, ovviamente, a una parallela strategia che consenta a tali risorse di essere allocate in modo dignitoso nel mondo del lavoro.
Certo, non è facile, ma non esiste altra strada.
Il mondo è percorso da processi evolutivi e innovativi rapidissimi: digitalizzazione, automazione dei lavori manuali, crescente specializzazione dei fattori produttivi ed incremento della competitività internazionale.
L’Italia si affaccia su questo scenario con una condizione strutturalmente precaria: se da un lato il nostro Paese ha assunto, nella storia, un ruolo centrale all’interno delle nazioni sviluppate (come si diceva un po’ di anni fa), la dotazione attuale mostra connotazioni sempre più labili.
Facciamo un piccolo quadro generale: in Italia, il PIL (vale a dire il Prodotto Interno Lordo) è diminuito nell’ultimo decennio, il livello di occupazione negli ultimi 15 anni è aumentato meno di un punto percentuale, la bilancia demografica è in negativo (inclusi i flussi di immigrazione) e l’età media continua a crescere.
In pratica, siamo un Paese che invecchia, che produce meno che in passato e nel quale è sempre più difficile trovare un’occupazione stabile.
Nulla di irreparabile, sia chiaro. L’occupazione può riprendere a crescere con il miglioramento delle condizioni economiche congiunturali, e da ciò il saldo demografico può solo avere un impulso positivo. In più, l’invecchiamento della popolazione può portare ad un maggiore numero di persone in età pensionabile e ad un “ricambio” lavorativo che può agire in modo positivo nei prossimi dieci anni.
Resta, in sottofondo, un andamento in qualche modo più preoccupante (anche se non rientra tra gli indicatori che i telegiornali mostrano ogni giorno): in Italia, solo 40 persone su 100 leggono un libro in un anno, e “valutando la spesa pubblica per istruzione sia rispetto al Pil, sia rispetto alla spesa pubblica totale, l’Italia si colloca agli ultimi posti delle classifiche europee e dalla crisi del 2007-08 in poi il divario con le medie UE si sta allargando” (Calumi, 2019).

In questo scenario, dunque, risulta fondamentale riuscire a creare una strategia che porti l’Italia ad essere nuovamente competitiva sui mercati internazionali: investire nella crescita delle prossime generazioni è determinante per la nostra produttività futura e favorire il consumo culturale è un fattore che non può che generare dei ritorni positivi non solo in termini di welfare e di benessere dei cittadini, ma anche in termini di produttività e di diversificazione delle attività produttive (soprattutto nel ramo dei servizi).
Sarebbe importante che i governi attuali e futuri garantissero, per le prossime generazioni, un Paese che possa competere sullo scacchiere globale al meglio delle proprie potenzialità.
Non esistono, ovviamente, ricette precompilate, ma è indubbio che una tale strategia debba perseguire almeno tre obiettivi principali:

Firma di un protocollo di lungo periodo tra i partiti politici

La prima e più importante conquista sarebbe quella di studiare un piano di formazione di lungo periodo che riesca ad unire tutte le forze politiche in campo. Questo potrebbe consentire la realizzazione di un programma di lavoro che superi il limite temporale della legislatura, incrementandone quindi gli effetti sulla popolazione.

Incremento dell’efficacia delle politiche di incentivo all’imprenditorialità

La realizzazione di una serie di misure che mettano i neo-laureati o i laureandi in condizione di avviare la propria idea imprenditoriale, sia attraverso le strutture universitarie (spin-off) sia in modo autonomo. Nel primo caso, si potrebbe intervenire riducendo il peso economico che gli atenei giocano all’interno degli spin-off, e nel secondo, si potrebbe andare ad incidere sulle politiche di investimento in start-up da parte dei privati (prevedendo una congrua semplificazione dei costi della burocrazia).

Aumento della desiderabilità sociale della cultura

Differentemente dagli altri, il terzo obiettivo è di natura prettamente culturale. SI tratta di immaginare un Paese in cui la cultura torni ad essere un elemento fondante, presentando un modello che superi il divario, che si sta manifestando in modo sempre più prorompente, tra gli “intellettualismi da salotto” e una sorta di “orgoglio” dell’ignoranza, in cui le persone si sentono legittimate e orgogliose di non conoscere un congiuntivo. E questo è un obiettivo che ognuno di noi può e deve concorrere a raggiungere.
Utopie?
Solo fino a quando non inizieremo davvero a lavorare.

Sono davvero tanti i fattori che contribuiscono ai cambiamenti climatici e la produzione di cibo è uno dei principali, ma è anche vero il contrario ovvero che i cambiamenti climatici hanno già oggi un impatto negativo sulla produzione di cibo e lo avranno sempre di più in futuro.

Ad affrontare questo tema in modo rigoroso e scientifico è il Rapporto speciale su clima e suolo dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), commissionato dalle Nazioni Unite di recente pubblicazione. Per produrre cibo sufficiente per una popolazione mondiale in aumento è indispensabile, sostiene il Rapporto, che i terreni restino fertili e produttivi. Tuttavia il riscaldamento globale, se da un lato migliora la crescita delle piante in alcune regioni, in altre – tra cui l’Eurasia settentrionale, parti del Nord America, dell’Asia centrale e dell’Africa tropicale – riduce il tasso di fotosintesi e con esso la produzione di ossigeno e cibo.
Gli agricoltori di tutto il mondo devono inoltre fare i conti con eventi naturali eccezionali sempre più frequenti come inondazioni, alluvioni ma anche siccità che mettono a rischio la sicurezza alimentare e che potrebbero mandare al collasso intere comunità, causare povertà e ondate migratorie.
Il degrado del suolo riguarda già circa un quarto della superficie delle terre emerse e il rapporto prevede che a causa dei cambiamenti climatici la situazione è destinata a peggiorare nelle zone costiere, nelle terre aride, nelle foci dei fiumi.
Nel giorno in cui si celebra in tutto il mondo la giornata dell’Alimentazione non si può inoltre prescindere dall’affrontare un tema scomodo, per lo più evitato o etichettato come roba da estremisti: il tema dell’impatto della produzione dei prodotti animali, non solo sul clima ma su tutte le risorse naturali come suolo, acqua, specie e habitat naturali.
Nessuno vuole sentirsi dire cosa mangiare, tanto meno dover rinunciare a qualcosa di buono e succulento; ma il problema c’è, continuiamo a rimandarlo, ma prima o poi dovremo affrontarlo.

Più della metà delle emissioni di gas serra provengono infatti dagli allevamenti animali, che hanno un forte impatto anche sul consumo di suolo e di acqua dolce. Secondo il rapporto IPCC una radicale modifica dei regimi alimentari, con una sostanziale riduzione del consumo di carni, deve essere parte integrante dell’impegno contro la crisi climatica.
Il Rapporto indica le diete a base di ingredienti vegetali come importante soluzione per mitigare i cambiamenti climatici e include una raccomandazione per la riduzione del consumo di carne destinata ai politici.
Se la produzione di energia da combustibili fossili ha attirato gran parte delle attenzioni e sforzi in questi ultimi anni è l’agricoltura e in particolare gli allevamenti animali che meritano il primo posto sulla lista delle priorità e interventi per il clima.
Il rapporto evidenzia come diete bilanciate a base di alimenti di origine vegetale, oltre a produrre benefici per la salute, presentino importanti opportunità di adattamento e mitigazione e che potrebbero contribuire a salvare milioni di chilometri quadrati di terreno fertile e ridurre le emissioni globali di CO2 fino a otto miliardi di tonnellate all’anno.
Oltre a scegliere bene cosa mangiare e mettere nel piatto occorre insegnare a circa mezzo miliardo di agricoltori in tutto il mondo a cambiare il proprio modello di coltivazione, adattarsi al cambiamento e allo stesso tempo ridurre le emissioni di carbonio.
I cambiamenti climatici infine non si combattono solo a tavola ma anche con le parole, facendo entrare questo importante tema nelle nostre conversazioni quotidiane, mentre prendiamo il caffè alla macchinetta con il collega, all’aperitivo con gli amici, a tavola con la famiglia. Anche chiacchierando possiamo contribuire a tenere alta l’attenzione su questo tema e sensibilizzare le persone attorno a noi.

“Festina lente”, dicevano i latini: “affrettati lentamente”.

Già, ma come? Possibile magari per gli antichi, si dirà. Però appare impossibile oggi, nell’era degli smartphone, dei social network, dei last minute, della connessione sempre e comunque e dovunque. Del resto siamo travolti ogni giorno-minuto-secondo da stimoli-condizionamenti-obblighi a fare sempre di più, sempre più velocemente, sul lavoro e nella vita quotidiana. Perché andare lentamente, rallentare, fare piano, è percepito come una cosa (molto) negativa. Per cui oggi nessuno ci insegna o semplicemente ci invita o tanto meno ci obbliga a farlo. O, meglio, quasi nessuno.

Pian piano, infatti, cresce quello che non è azzardato definire un movimento. Indicato col termine “Slow living”, vivere slow, ma anche “slow working”, lavorare slow. E che vede in aumento i simpatizzanti. Anche nel mondo del business. Anche in Italia.

A giugno, per esempio, si è tenuta la quinta edizione dello Slow Brand Festival. Una manifestazione che promuove la cultura slow a tutto tondo ma specialmente in riferimento al mondo aziendale. Anche attraverso l’assegnazione di premi “slow” come quello dello “slow boss”, per i manager che riescono ad attuare lo “slow thinking” in azienda, che si può provare a riassumere nella combinazione di fattori quali: la capacità di ascolto, la promozione del dialogo interno ed esterno, la ricerca del confronto intergenerazionale, la valorizzazione delle relazioni personali, l’umanizzazione del contesto di lavoro. Dove le persone desiderano sentirsi sempre più come a casa, considerate e rispettate nelle loro esigenze e differenze.

Sono già tredici anni, invece, che tra il serio (che prevale) e il faceto (che agevola a veicolare il messaggio, e del resto nello “slow” non può mancare) viene organizzata la Giornata Mondiale della Lentezza, quest’anno caduta a inizio maggio. L’iniziativa si deve all’Associazione l’Arte del Vivere con Lentezza e mira in sostanza a promuovere un modello di vita che superi la cultura dell’eccesso: oltre la frenesia, oltre il correre e rincorrere spesso fini a sé stessi. A favore, invece, di una vita più accogliente e gentile verso di sé, verso gli altri e verso l’ambiente, una vita più partecipata e riflessiva. Una vita anche meno complicata, con meno rinunce imposte dalla mancanza di tempo e dallo stress, e alla fine con più gioia.

Tutto ciò può far anche sorridere qualcuno. Invece è una cosa molto seria, con implicazioni addirittura giuridiche. La Francia, per esempio, è stata il primo paese a riconoscere per legge il diritto alla disconnessione. Vale a dire che al di fuori dell’orario di lavoro il lavoratore ha il diritto a non essere connesso, non raggiungibile con gli strumenti e i canali di comunicazione che oggi le tecnologie permettono.

Se si è dovuti arrivare a sancirlo per legge, significa che il problema c’è. Ed è serio. Lo prova anche il fatto che si moltiplicano gli esperimenti, specie fra i più giovani (i più esposti allo sviluppo di dipendenze verso l'”always connected”) e con il coinvolgimento delle scuole, per provare a stare qualche giorno senza smartphone e vedere l’effetto che fa, ad esempio sulla qualità delle relazioni personali, il modo in cui ci si relaziona agli altri. Negli Stati Uniti, per dire, da anni si celebra il National Day of Unplugging. E in Italia è nata in ambito medico-sanitario la proposta di promuovere una Giornata Mondiale della S-connessione.

Sconnettersi o disconnettersi per cosa? Per riconnettersi, ovvio. Però con sé stessi, la realtà, la propria vita. Per reimparare ad assaporare tempi, luoghi, persone, gesti, cose, tutto ciò che una vita troppo “fast” ci impedisce di vedere. Per essere consapevoli che fare in fretta il più delle volte non significa andare veloce, semmai il contrario. E che presto e bene non stanno insieme, come ricorda l’antica saggezza popolare. E torniamo sempre lì, a quello che eravamo. Base indispensabile per poter scegliere, consapevolmente, quello che vogliamo essere.

Proiezioni, incontri, dibattiti. Perché se il cinema è, prima di tutto, occasione di confronto, durante Milano Film Festival la città si è trasformata (come fa ormai da 24 anni) in una vetrina internazionale dedicata a tutto ciò che pellicole indipendenti e innovative desiderano comunicare. Svoltosi per la prima volta al cinema Odeon all’ombra della Madonnina, il festival (dal 4 al 10 ottobre) è stato co-diretto per il secondo anno consecutivo da Gabriele Salvatores insieme ad Alessandro Baretta. Volgendo lo sguardo verso le nuove tendenze dell’audiovisivo e i temi dell’attualità più stretta, come hanno dimostrato la selezione di documentari dedicata all’ambiente e le opere sul tema delle migrazioni, la settimana più d’éssai di Milano si è conclusa nel segno di un trionfo femminile, con il premio a The Sharks della trentenne uruguayana Lucia Garibaldi, unica regista donna sui sette in concorso. Un film tenue e delicato, dalle tinte pastello che caratterizzano l’intero arco della storia: un racconto sull’adolescenza che supera gli stereotipi di genere. Sincero, come la realtà che racconta.
Dei lungometraggi in concorso, a cavallo fra generi diversi quali thriller, horror, crime e mystery, e di quelli “speciali” fuori dalla sezione in concorso, alcuni sono emersi per l’impatto fotografico della loro messa in scena. Altri, per la capacità di motivare i propri spettatori, attraverso i percorsi di caduta e di rinascita dei loro protagonisti.
È il caso del film d’apertura, The Beach Bum di Harmony Korine che, a sette anni da Spring Breakers, è tornato con una pellicola ancora più illuminante di quella precedente. La storia è quella di Matthew McConaughey, nel ruolo di uno scrittore che trae ispirazioni per i suoi racconti dal disincanto della propria vita. Ma se la prima parte del film è dedicata al caleidoscopio di illusioni che attraversano l’esistenza del poeta, nella seconda Korine ci riporta con i piedi per terra: che continuare a sognare è possibile, senza per questo dover perdere la propria unicità. Dopo anni di eccessi à la Grande Lebowski, il personaggio di McConaughey torna alla vita, trovando l’amore e realizzando il suo sogno più grande. C’è sempre tempo.

Guerrila, di György Mór Kárpáti, è invece una storia di resistenza, a cui è andato il premio dello staff del festival. Ambientato nel 1849, quando ormai stava per concludersi il processo di liberazione dell’Ungheria dall’impero asburgico, narra le gesta di un disertore che riesce a raggiungere il fratello e il resto della comunità partigiana nel fitto della foresta dove si sono nascosti. Con realismo e attenzione alle atmosfere, Kárpáti restituisce la vita del piccolo gruppo, rimasto in attesa sull’orlo di una sconfitta definitiva eppure ancora così battagliero. Un’epopea di eventi e sentimenti che, attraverso il passato, permette allo spettatore di riflettere sulle questioni più attuali.

Opposte alle tinte lussureggianti di The Souvenir (con Tilda Swinton), storia di una dipendenza amorosa nell’upper class britannica, sono quelle che caratterizzano il secondo lungometraggio di Basil Da Cunha, O Film Do Mundo, un crime movie neorealista e documentaristico che racconta il ritorno a casa di un ragazzo appena uscito dal riformatorio dopo 8 anni di reclusione. Muovendosi tra le strade, dove tutto sembra rimasto immutato nel tempo, il protagonista osserva il suo mondo parlando quando strettamente necessario, per dire solo le cose più importanti.
Con il film, ambientato nella periferia di Lisbona, Da Cunha si cala, con anima e corpo, nel microcosmo che desidera raccontare, evidenziando come, anche nel posto più degradato, possano emergere atti di grande umanità. Tra misera e impossibilità di riscatto. Un film del mondo, come recita il titolo, la storia di chi vuole parlare a voce alta.

di Corinne Corci 

In questa settimana che si accinge al termine sono stati attribuiti i Premi Nobel 2019 la cui consegna ufficiale, come da tradizione, avverrà il 10 dicembre, in occasione dell’anniversario della morte del fondatore. Abbiamo tutti seguito, giorno dopo giorno, prima l’assegnazione di quello per la Medicina a William Kailin, Peter Ratcliffe e Gregg Semenza per la scoperta del modo in cui le cellule utilizzano l’ossigeno. Un meccanismo cruciale che apre la strada alla comprensione di molte malattie, a partire da anemia e tumori. Poi, quello per la Fisica a James Peebles per aver proposto un’immagine dell’universo tanto completa quanto inedita, e a Michel Mayor e Didier Queloz perché hanno scoperto il primo pianeta esterno al nostro Sistema Solare. Quello per la Chimica è stato assegnato agli inventori delle batterie agli ioni di litio John B. Goodenough, M. Stanley Whittingham e Akira Yoshino che così hanno aperto la strada a fonti di energia diverse dai combustibili fossili. Il doppio Nobel per la Letteratura – a causa di una sospensione della sua assegnazione lo scorso anno – a Olga Tokarczuk e Peter Handke. Infine, quello per la Pace, assegnato oggi a Abiy Ahmed Ali, primo Ministro etiope.

Ma come nasce questa onorificenza il cui valore è riconosciuto a livello mondiale, e perché?

Una prima risposta potrebbe già essere contenuta nella sintesi di una vita dedicata agli esplosivi e terminata con la filantropia. Tuttavia, ritengo che sarebbe estremamente riduttivo e poco riconoscente nei confronti di una esperienza personale, imprenditoriale e valoriale eccezionale, che invece merita di essere raccontata e, di conseguenza, di essere appresa e compresa.

La storia di Alfred Nobel

Dunque, partiamo dalla nascita di Alfred Nobel, avvenuta a Stoccolma il 21 ottobre del 1833, in una famiglia che discendeva alla lontana da Olof Rudbeck, il più noto genio tecnico del XVII secolo, epoca in cui la Svezia era una grande potenza nel Nord Europa.
Il padre, Immanuel, era un imprenditore edile che, dopo un fallimento, si era trasferito con la famiglia a Pietroburgo dove si dedicava alla produzione di mine per il governo zarista. Le alterne vicende della famiglia permisero ad Alfred di formarsi e di viaggiare. Già a 17 anni, per esempio, parlava fluentemente in svedese, russo, francese, inglese e tedesco. La chimica, che aveva potuto studiare a Parigi seguendo i corsi di Pelouze, gli permise di intercettare la scoperta della nitroglicerina e di perfezionarla come esplosivo che brevettò con il nome di dinamite.
Dai brevetti, dai possedimenti petroliferi e dalle aziende che nell’arco della sua vita ha fondato e che si sono sviluppate in imprese industriali ancora oggi di primo piano nell’economia mondiale, ricavò una grande fortuna che è diventata, appunto, la base economica per la costituzione e il mantenimento del Premio che porta il suo nome. Quando morì, in Italia, precisamente a Sanremo, il 10 dicembre 1896, l’apertura del suo ultimo testamento datato 1895 destò sorpresa e ovvie contestazioni e discussioni da parte di parenti ed eredi, in quanto esprimeva la volontà di destinare le sue fortune per conferire premi alle persone che da quel momento in poi si sarebbero distinte creando benefici e vantaggi per l’umanità attraverso il proprio lavoro, la propria ricerca e le proprie scoperte nei settori della fisica, della chimica, della fisiologia o della medicina, della letteratura e della pace.

La nascita del Premio Nobel

La cronaca ci racconta che nel 1888, cioè nell’anno in cui morì il fratello Ludwig, venne pubblicato un necrologio estremamente accusatorio scritto dalla penna di un giornalista che però aveva confuso i nomi. Il testo annunciava che era “morto il venditore di morte”. Che “Alfred Nobel, l’uomo diventato ricco trovando il modo di uccidere il maggior numero di persone nel modo più veloce possibile”, era morto il giorno prima. Dunque, sembrerebbe che l’umanità debba la svolta filantropica di questa personalità singolare ed eccezionale, a un errore giornalistico. Allo svelamento improvviso della natura maligna della fonte delle sue ricchezze. Al rimorso. Al senso di colpa per la sua invenzione più famosa i cui effetti tragici si potevano facilmente vedere. Al bisogno di trovare un modo migliore per farsi ricordare.
Qualsiasi sia stata la motivazione, ricordiamoci che anche negli ultimi anni di vita, nella sua villa a Sanremo, Nobel ha proseguito nel percorso di ricerca chimica per il perfezionamento di nuovi esplosivi, dopo l’apertura del testamento, gli esecutori incaricati, i due giovani ingegneri Ragnar Sohlman e Rudolf Lilljequist, costituirono non senza difficoltà, la Fondazione Nobel, cioè l’organizzazione che cura gli asset finanziari che Alfred ha voluto destinare a questo scopo. Dal 1901 il Premio a lui intestato viene più o meno regolarmente assegnato “a coloro che, durante l’anno precedente, più abbiano contribuito al benessere dell’umanità”.
Siccome Nobel era uno scienziato, dedicò al mondo della scienza i primi tre: alla fisica, alla chimica, alla fisiologia o alla medicina. Ma era anche un grande amante della letteratura e della poesia, ambito in cui si impegnò anche in prima persona scrivendo opere teatrali, novelle e poesie, evidentemente con risultati non propriamente significativi visto che non furono mai pubblicate. E, in una sorta di paradosso con il suo interesse di chimico e di imprenditore, anche alla concordia tra i popoli. Dunque, destinò il quarto premio “alla persona che ha prodotto nel campo della letteratura l’opera più notevole con uno slancio ideale” e l’ultimo “alla persona che ha fatto il più grande o il migliore sforzo per la fraternità tra le nazioni, per l’abolizione o la riduzione degli armamenti e per la costruzione e la promozione di un congresso di pace”.
Nel 1969, anno in cui si festeggiavano i 300 anni dalla sua Fondazione, la Banca di Svezia istituì uno speciale fondo per l’assegnazione di un Premio per l’Economia che viene comunque gestito dalla Fondazione Nobel nonostante nel testamento non se ne accenni. È comunque il testamento il pilastro sul quale si fonda tutto l’operato della Fondazione. Lars Heikensten, attuale direttore esecutivo, ha recentemente voluto pubblicare sul sito una nuova traduzione con lo scopo di offrire una lettura più contemporanea non solo delle linee guida da seguire nello svolgimento delle volontà di Alfred, ma anche delle volontà stesse poiché da esse emerge chiaramente il suo ragionamento basato sui fatti e sulla libertà di parola. Due valori che oggi sembrano fortemente messi in discussione e che per questo vale la pena di approfondire.

Chissà quante sono le pagine scritte sulla vita e le opere di Steve Jobs. Se digitate il nome del due volte fondatore della Apple sono circa 802 milioni risultati in 0,67 secondi. Esclusi i convegni, le citazioni e il merchandising. È tradizione della cultura americana della quale anche noi nel bene e nel male facciamo parte la creazione di figure iconiche di massa, un processo di mitizzazione che inevitabilmente finisce col trasformare gli innovatori in santini mummificati. È accaduto anche al talento di Cupertino, il ribelle, l’ostico, l’incontentabile innovatore. Lo si nota in modo stridente in occasione della presentazione dei nuovi prodotti, eventi che scavano un solco sempre più profondo tra il passato e il presente. L’impresa che sconvolgeva il mondo inventando (letteralmente) prodotti che creavano nuovi mercati attraverso funzioni impensabili e impensate, la “numero uno” della bellezza e della creatività, si è trasformata in una solida, banale normalissima impresa che spente le fiamme della rivoluzione se ne sta seduta su una montagna di soldi e propone prodotti in tutto e per tutto simili a quelli dei competitor, solo parecchio più cari.

 

Cosa accade in Apple e, per estensione, cosa accade a tutte le imprese rivoluzionarie quando smettono di fare la rivoluzione?

L’incendiario che diventa pompiere
Come sanno quasi tutti, il ritorno di Jobs in Apple coincise con l’esplosione creativa dell’azienda. Nuove idee diedero vita ai nuovi prodotti che in pochissimi anni hanno cambiato il nostro modo di vivere e la nostra stessa idea di “relazione a distanza”. Un incendio che spazzando via i vecchi alberi della foresta rinsecchita ha dato vita a nuove specie estetiche oltreché tecnologiche: due aspetti indisgiungibili dei prodotti “made in Jobs”. Oggi Apple rivolge grande attenzione alla produzione di contenuti. Diverrà un broadcaster più o meno bravo degli altri, più o meno seguito, più o meno profittevole. Ma gli anni favolosi dell’invenzione e della sfida paiono passati per sempre. L’incendiario invecchiando diventa necessariamente pompiere? Le aziende sono organismi viventi. Come le persone attraversano cicli di vita caratterizzati da fasi e tensioni assai diverse fra loro; come le persone, le imprese sono appagate dal loro stesso successo e, come gli imperi, sono destinate alla decadenza

Continuare a cambiare per restare sé stessi
Forse il segreto per impedire l’obsolescenza sta nel perseguire il cambiamento in modo ossessivo. Nel saggio del fisico quantistico Frank Capra “Il Tao della fisica” è riportato un antico concetto della filosofia cinese sull’alternanza degli stati yin e yang, nero e bianco, che suggerisce di essere particolarmente vigili quando le cose vanno bene. E’ allora il momento di preoccuparsi per il futuro. Quando si dominano i mercati. Quando i propri codici estetico-funzionali sono divenuti sinonimo di prodotto e standard prestazionali. Quando i competitor sono disperatamente lontani anni luce. Quando la gente è disposta a passare la notte all’addiaccio pur di entrare per prima nel nuovo punto vendita. E’ allora che il management deve iniziare a concentrare sforzi ed energie affinché si compia una fase evolutiva capace di trasformare l’impresa e insieme ad i mercati di riferimento. 

La lezione del “5G” fa supporre che, purtroppo, anche le altre imprese di Silicon Valley come Apple abbiano dormito sugli allori troppo a lungo. Ma non era Steve Jobs che con il suo “Stay hungry, stay foolish” invitava a mantenersi “affamati” di diversità e di pensiero anticonformista?


Non c’è più un solo giorno che passi senza che qualcuno ti chieda di avere un’opinione sulle conseguenze dell’intelligenza artificiale sul nostro modo di lavorare. È come se la risposta più giusta, ormai comunemente accettata, anche se non risolutiva, generi più ansia che serenità. La risposta è: si perderanno posti di lavoro, se ne creeranno di altri, ciò favorirà il cambio generazionale, il che è un bene per il progresso complessivo dell’umanità. Poi aggiungi i dati: nel report “The Future of Jobs 2018” del World Economic Forum (WEF), si spiega che l’intelligenza artificiale potrebbe creare qualcosa come 58 milioni di nuovi posti di lavoro nei prossimi anni e l’economia globale dovrebbe crescere di 13 mila miliardi di dollari nel prossimo decennio. I calcoli probabilistici sul Pil italiano parlano di un aumento di un punto percentuale annuo per il solo arrivo dell’AI.

Eppure la paura c’è. Perché?

Perché la grande sfida delle organizzazioni che baseranno la loro attività sull’intelligenza artificiale non è la tecnologia: è la cultura. Tre partner di McKinsey, Tim Fountaine, Brian McCarthy e Tanim Saleh, hanno scritto un saggio pubblicato dalla Harvard Business Review che racconta le evoluzioni delle aziende che stanno già adottando all’interno della loro organizzazione l’intelligenza artificiale.
Ecco, il risultato è che tutti ne parlano, tutti ne discutono, molti la sognano e molti altri la temono, eppure, nei processi organizzativi l’AI fa fatica a entrare. E uno dei maggiori errori che i leader commettono è quello di vedere l’intelligenza artificiale come una tecnologia plug-and-play con rendimenti immediati. Decidendo di avviare alcuni progetti, iniziano a investire milioni in infrastruttura di dati, strumenti software, competenza nei dati e sviluppo di modelli. Alcuni dei progetti pilota riescono a ottenere piccoli guadagni in tasche di organizzazioni. Ma poi passano mesi o anni senza portare le grandi vittorie previste dagli executive. Le imprese fanno fatica a passare dai programmi pilota a programmi a livello aziendale e dall’attenzione ai problemi aziendali concreti, come una migliore segmentazione dei clienti, alle grandi sfide aziendali, come l’ottimizzazione dell’intero percorso del cliente. “Sebbene la tecnologia e il talento all’avanguardia siano certamente necessari”, scrivono Fountaine, McCarthy e Sale, “è altrettanto importante allineare la cultura, la struttura e i modi di lavorare di un’azienda per supportare l’adozione dell’Artificial Intelligence. Ma nella maggior parte delle aziende la mentalità e i modi di lavorare tradizionali e digitali sono in contrasto con quelli necessari per l’AI”.

E quindi? Quindi il problema siamo noi. E attribuiamo alla tecnologia capacità risolutive o distruttive a seconda della nostra sensibilità, del momento della nostra vita, della paura di esserci o non esserci, di funzionare o meno. Investire miliardi di dollari in macchine, software, formazione non servirà fino in fondo se manager ex executive non convinceranno i loro staff che la svolta nei processi lavorativi parte dal nostro cervello, dal nostro cuore, dalla nostra voglia di capire prima che di trasformarci.

I leader devono fornire una visione che raduna tutti intorno a un obiettivo comune. I lavoratori devono capire perché l’AI è importante per l’azienda e come si adatteranno a una nuova cultura orientata all’Artificial Intelligence. In particolare, hanno bisogno di rassicurazioni sul fatto che migliorerà piuttosto che diminuire o addirittura eliminare i loro ruoli. Alcuni ostacoli, come la paura dei lavoratori di diventare obsoleti, sono comuni tra le organizzazioni. Ma la cultura di un’azienda è la svolta. L’unica. Scrivono i ricercatori di McKinsey: “Il passaggio da team funzionali a team interdisciplinari riunisce inizialmente le diverse competenze e prospettive e l’input dell’utente necessario per costruire strumenti efficaci. Col tempo, i lavoratori di tutta l’organizzazione assorbono nuove pratiche collaborative. Man mano che lavorano più a stretto contatto con i colleghi in altre funzioni e aree geografiche, i dipendenti iniziano a pensare in grande: passano dal tentativo di risolvere problemi discreti alla reinventare completamente i modelli di business e operativi. La velocità dell’innovazione aumenta man mano che il resto dell’organizzazione inizia ad adottare gli approcci di prova e apprendimento che hanno spinto con successo i piloti. Man mano che gli strumenti di intelligenza artificiale si diffondono in tutta l’organizzazione, quelli più vicini all’azione diventano sempre più in grado di prendere decisioni una volta prese da coloro che li sovrastano, appiattendo le gerarchie organizzative. Ciò incoraggia un’ulteriore collaborazione e un pensiero ancora più ampio”.

Un pensiero più ampio. Che è il punto di partenza e a volte anche quello di arrivo. Perché guardare oltre se stessi e al bene comune che diventa anche il proprio è la chiave per le trasformazioni. Anche le più difficili. 

Ci sono persone naturalmente predisposte a essere leader. Lo dimostrano in una vacanza tra amici o quando devono guidare una nazione, negli sport di squadra e a capo di una multinazionale. Altri invece si allenano duramente per acquisire le qualità che contraddistinguono un leader. Ma quali sono le caratteristiche per essere una buona guida? Ne abbiamo individuate cinque.

Ottimismo
Una ricerca del Centre for creative leadership ha evidenziato come un leader debba avere sempre un’attitudine positiva. Se le persone guardano a noi come una guida, dobbiamo essere in grado di trasmettere fiducia al team, trascinarle con il nostro entusiasmo. Se invece siamo pessimisti, è facile che anche gli altri si deprimano, e i risultati difficilmente arriveranno in questo caso.

Empatia
«Il mio metodo prevede di costruire costantemente relazioni, di stabilire una buona intesa con il direttore generale e di creare un rapporto di confidenza con i giocatori. Nella costruzione delle relazioni investo moltissimo, pur non dimenticando mai chi comanda» ha scritto l’allenatore Carlo Ancelotti nel suo libro Il leader calmo. È fondamentale creare un buon rapporto con ogni membro del team e sviluppare uno spirito di squadra, senza però correre il rischio di perdere il controllo. Un leader deve sempre ragionare con il noi, mai con l’io, per far sentire tutti parte integrante del gruppo. Per questo l’ex presidente degli Stati Uniti Barack Obama usava sempre il we e mai l’I nei suoi discorsi.

Comunicazione
Possiamo anche essere leader illuminati e integerrimi, ma se non riusciamo a comunicare, difficilmente otteniamo risultati. Sempre il Centre for creative leadership ha inserito al primo posto l’abilità comunicativa nella lista delle dieci caratteristiche del buon leader. Di tutti i capi del passato e del presente restano indelebili i loro discorsi, le call to action: dall’I have a dream di Martin Luther King allo Stay hungry stay foolish di Steve Jobs.

Decisione
Alla fine, dei buoni risultati, ma soprattutto dei cattivi, risponderà in prima persona il leader. Che deve quindi farsi sentire in fase decisionale, ascoltare tutti ma poi non tentennare al momento di decidere, perché è lui a doverlo fare, questo comporta l’essere leader. «I veri leader devono essere in grado di sacrificare tutto per il bene della loro gente» diceva Nelson Mandela.

Integrità
Un leader disonesto e corruttibile non sarà mai in grado di guidare il team, rischia solo di trascinarlo in una spirale negativa. «Prima di tutto il buon esempio. Chi guida deve comportarsi meglio degli altri, altrimenti perde ogni autorevolezza» ha scritto Dacia Maraini. Il vero leader deve comportarsi meglio di tutti, essere integerrimo. Solo così lo saranno anche gli altri. Sunnie Giles, esperta in organizzazione aziendale, ha intervistato 195 leader di 15 paesi, chiedendo quali fossero le 10 caratteristiche che un leader deve avere (a scelta su 75): la prima venuta fuori è stata proprio l’avere una spiccata moralità.

Inserire i disegni di un artista che si rapporta costantemente con lo spazio in un luogo non convenzionale per delle opere d’arte. Questa era la sfida per Ilaria Speri e Massimo Torrigiani, i curatori della mostra David Tremlett – Disegni volumi sculture, promossa da Centodieci è Arte nell’Ufficio dei consulenti finanziari (Fbo) di Banca Mediolanum a Venezia, in campo Santa Marina. Ancora una volta Banca Mediolanum si impegna per diffondere l’arte al di fuori dei circuiti tradizionali, credendo fortemente che il rapporto con i clienti, la condivisione di valori, di esperienze e conoscenze aiuti moltissimo a creare delle relazioni.

David Tremlett, nato in Cornovaglia nel 1945 ma giramondo dagli anni ’70, ha realizzato moltissimi interventi pubblici sotto forma di scenografici wall drawings, pitture murali inserite in spazi esistenti. «L’artista concepisce allo stesso modo i disegni e le sculture, come fossero pareti nuove da rigenerare, a cui regalare una vita diversa – ha raccontato a Centodieci Ilaria Speri. Le opere che abbiamo scelto immaginano il disegno come una scultura piana, un oggetto tridimensionale e non un’immagine piatta appesa al muro». Curatrice giovane ma con alle spalle molti progetti editoriali ed espositivi, dal 2013 lavora con il gruppo Fantom, una no profit che si occupa di arte contemporanea a 360 gradi, dalle arti visive a quelle sonore.

In collaborazione con la Galleria Michela Rizzo (della Giudecca) Fantom ha scelto Tremlett proprio per provare ad «applicare l’idea della sua ricerca all’interno di questo spazio – ancora nelle parole di Ilaria Speri. Tremlett cerca costantemente di modificare la percezione dello spazio attraverso le sue opere. Siamo intervenuti sull’interfaccia interno-esterno di Banca Mediolanum, che ha la vetrina in affaccio sulla strada, mettendo il pubblico di passaggio subito a contatto con l’opera».

 

Una scelta vincente che ha immediatamente colpito le persone che transitano dal campo.
All’interno, invece, i curatori di Fantom hanno «costruito, attraverso l’utilizzo di tende, una scenografia pronta ad accogliere le opere in maniera autonoma rispetto alla vita normale dell’edificio», mostrando di nuovo come l’arte di Tremlett possa modificare l’idea che abbiamo di un luogo.

Tremlett in un suo manifesto ha scritto che pareti, sculture e disegni possono parlare e raccontare storie: ma cosa ci narrano le opere scelte per la mostra di Centodieci? «Raccontano la sua storia, i suoi viaggi in luoghi non toccati dai circuiti dell’arte contemporanea (la Tanzania, il Mozambico). Qui l’artista va a ricercare ritmi diversi dal vissuto quotidiano, con un quadernetto su cui disegna di continuo. Le opere sono emanazioni delle sue memorie di viaggio, delle architetture ma anche di un incontro o di un volo di uccello che prende una certa curva. Il tutto viene poi ridotto alle forme essenziali, alla geometria: traduce l’esperienza personale in linee, segni, campiture di colore» ci racconta Ilaria, molto affascinata dall’opera dell’inglese.
A colpirla non sono stati solo i colori e le forme di Tremlett, ma anche l’iniziativa di Centodieci di «promuovere l’arte come forma di diffusione culturale. Trovo importantissimo che un’istituzione come una banca sviluppi un tale spirito civico e incentivi l’investimento nelle forme creative, rappresentative del nostro modo di vivere quotidiano».

Fino al 9 novembre, family banker e clienti dell’Ufficio dei consulenti finanziari di Banca Mediolanum faranno i conti con una diversa percezione dello spazio, modellata dai disegni dell’artista. Se Venezia da sempre cambia la visione del mondo delle persone, Tremlett e Centodieci sono riusciti nell’impresa di modificare il nostro modo di intendere una banca.

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C’è chi sostiene sia tutta una questione di coolness. E non si può negare che Alexandria Ocasio- Cortez di stile ne abbia da vendere. Rossetto rosso, accento giusto e, in pochi lo sanno, esiste un asteroide a nome suo. Ma non è questa la ragione per vedere subito Knock Down the House, il documentario sulla sua candidatura e conseguente elezione al Congresso degli Stati Uniti d’America, disponibile su Netflix. Le ragioni sono altre, e sono quattro.

Forse non tutti sanno che

Il documentario approfondisce un aspetto interessante della politica americana: l’elezione al Congresso. Molti di noi sanno che le elezioni della Camera dei Rappresentanti avvengono ogni due anni, in concomitanza con l’elezione del Presidente e con le elezioni di midterm. Ma quanti di noi conoscono i retroscena di uno degli eventi politici più importanti degli USA? Come si svolgono le campagne, come si ottengono i finanziamenti, quali giochi di potere si instaurano, quali sono i meccanismi politici e come sta cambiando tutto questo?

È un momento storico

nelle ultime elezioni si è raggiunto il record di donne candidate ed elette al Congresso (oltre cento). Un momento storico non solo per questo, ma perché le parlamentari vengono dai contesti culturali e sociali più disparati: la più giovane di sempre, Alexandria Ocasio-Cortez, appartiene alla working class ed è di origine portoricana, ci sono una palestinese, due native americane, alcune musulmane, tra cui una che indossa il hijab, una esponente della comunità LGBT. Quasi tutte hanno vinto le primarie contro uomini bianchi al potere da decenni. Come è potuto accadere? Il documentario fa luce su alcune di queste vicende, non solo quella della Ocasio-Cortez, ma anche quella di altre tre candidate.

Energia travolgente

Alexandria Ocasio-Cortez, protagonista di questo documentario, è carismatica, grintosa, determinata. Il suo avversario, Joseph Crowley, è in carica da diciotto anni, e i suoi finanziamenti raggiungono i 3.4 M di dollari, mentre tramite piccoli finanziatori privati la Ocasio riesce a ottenerne 200mila. Ma lei si presenta ai dibattiti, mentre lui manda dei suoi rappresentanti, e dà voce a persone che non si sono mai sentite rappresentate. Ha coraggio, contenuti e un’energia contagiosa. Ma ha anche paura, perché il sistema è rigido, e lei non dimentica di essere una donna del Bronx. Come sorvolare il momento, divenuto virale, in cui si prepara all’ultimo “duello” con il concorrente, ripetendosi: “Hai abbastanza esperienza per farcela. Sei abbastanza preparata per farcela. Sei matura abbastanza per farcela. Sei coraggiosa abbastanza per farcela”. Un peccato che se lo debba ripetere, ma funziona.

Quasi più avvincente del Trono di Spade

I documentari stanno prendendo una direzione nuova. Quelli fatti bene, sono appassionanti come film. Questo, non fa da eccezione. Knock down the house, nato su Kickstarter e diretto da una donna (Rachel Lears, ndr), ha esordito al Sundance Film Festival 2019 ed è stato subito notato da Netflix, che ne ha acquistato i diritti per più di 10 milioni di dollari. L’accoglienza è stata ottima, sia da parte del pubblico che della critica. Per la storia politica americana è cominciato un nuovo capitolo. Esserne informati è essenziale. E se nell’informarsi si piange, si ride, si ottiene ispirazione… è tutto di guadagnato. Ecco, allora, qual è il vero motivo per guardare questo documentario.

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